Il treno s'affretta,
ma è tardi lo stesso,
l'estate finisce
e all'alba è più fresco.
Il sonno tentenna,
e la noia m'assale
il cornetto era 'n sercio,
trenitalia ch'è infame!
La colazione rimane
accogliente ricordo
di notti passate
tra risa e tracollo.
E a noi che ci piace
la malinconia,
poi quattro risate,
senza ave maria.
C'è una panchina,
e in cielo le stelle
basta 'n amico
e le ore so' belle.
Mo' te saluto,
s'è fatta 'na certa
è 'sta cazzo de vita
che ce vo' mette' fretta.
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07 settembre, 2015
13 gennaio, 2014
Sviluppi del 2014.
E quando il tuo fotografo di "(S)fiducia" ti dice "Ciao Lore', me sa che questi so' l'ultimi (rullini) che te faccio".
"Perché?"
"Eh, stamo in remissione, me ne vado mo', almeno co' un po' de dignità".
"Me dispiace".
E te ne vai con la morte nel cuore, perché era "ladro", ma te c'eri affezionato. Lo vorresti abbraccia', dirgli grazie, di farsi forza, soprattutto quando ti parla continuando a guardare ovunque meno che la tua faccia, soprattutto quando ti sembra che abbia la voce spezzata. E te ne vai, senza sapere che cazzo dire.
Considerando che è il secondo negozio (il primo è stato di abbigliamento truzzo, ma che c'era da quando sto a Roma) sotto casa che chiude dalla befana ad oggi, direi che il 2014 comincia davvero di merda.
Fanculo.
"Perché?"
"Eh, stamo in remissione, me ne vado mo', almeno co' un po' de dignità".
"Me dispiace".
E te ne vai con la morte nel cuore, perché era "ladro", ma te c'eri affezionato. Lo vorresti abbraccia', dirgli grazie, di farsi forza, soprattutto quando ti parla continuando a guardare ovunque meno che la tua faccia, soprattutto quando ti sembra che abbia la voce spezzata. E te ne vai, senza sapere che cazzo dire.
Considerando che è il secondo negozio (il primo è stato di abbigliamento truzzo, ma che c'era da quando sto a Roma) sotto casa che chiude dalla befana ad oggi, direi che il 2014 comincia davvero di merda.
Fanculo.
19 marzo, 2013
Zeppole
È San Giuseppe, la festa del papà. Io papà, più o meno fortunatamente, non voglio esserlo (poi magari con gli anni cambio idea, come dice mamma che "ne ho visti tanti"), ma non c'entra.
Il mio pensiero va a te che, credente, quel nome lo portavi con orgoglio. Il mio pensiero va a una grande mamma e alla nonna migliore del mondo. Ad una grande matrona che non vedrò più ora che torno alla casa madre per le feste. Il mio pensiero va ad una vecchietta di quasi 103 anni che ora ce li avrebbe avuti tutti. Ad una donna caparbia, e mai saccente, capatosta, tristacapu. E mi manca il trovarti giù, a leggere al buio come hai sempre fatto, un libro dei salmi che sapevi a memoria e che leggevi ugualmente anche senza più gli occhi per farlo. E pregavi pure per me, dicevi, per la mia atea saccenza. E prega per te, ti dicevo io, brandendo sorrisi. E per te, mi dicevi, non aveva alcun senso continuare a pregare che ormai te ne dovevi andare e ciò che era fatto era fatto. E E l'hai detto per anni. E io ne sorridevo sempre. "Dove devi andare?" "Dove dobbiamo andare tutti." "Quasi quasi mi gratto". E ridevi con quel sorriso tirato da chi del sorriso si vergogna un po', da chi la felicità non la ostenta mai perché ha sempre la mente in moto, con la preoccupazione mai per sé, ma sempre per gli altri. E lo facevi pure con quella piccola scheggia di demenza senile che ogni tanto - e me ne pento - quasi mi faceva arrabbiare. Mi spiace. Mi machi. E te lo volevo dire che sei stata grande grande, in tutto e per tutto.
E invece ora che scendo non ci sei.
Niente baci buttati per aria, perché non era concesso toccarti e io te li davo a forza, te li davo lo stesso. E ridevamo. E come stai? E l'hai trovato poi il paradiso? E un grande abbraccio.
E quel ricordo ormai lontano di una bara chiusa, di una casa da chiudere e di quel grande silenzio e quella brutta sensazione che non avrei mai voluto, quasi di cacciarti da casa tua e tornare alla vita come del resto si fa. E le lacrime che non hanno poi tanto senso. E un "ti voglio bene" mai detto e sempre saputo.
Il mio pensiero va a te che, credente, quel nome lo portavi con orgoglio. Il mio pensiero va a una grande mamma e alla nonna migliore del mondo. Ad una grande matrona che non vedrò più ora che torno alla casa madre per le feste. Il mio pensiero va ad una vecchietta di quasi 103 anni che ora ce li avrebbe avuti tutti. Ad una donna caparbia, e mai saccente, capatosta, tristacapu. E mi manca il trovarti giù, a leggere al buio come hai sempre fatto, un libro dei salmi che sapevi a memoria e che leggevi ugualmente anche senza più gli occhi per farlo. E pregavi pure per me, dicevi, per la mia atea saccenza. E prega per te, ti dicevo io, brandendo sorrisi. E per te, mi dicevi, non aveva alcun senso continuare a pregare che ormai te ne dovevi andare e ciò che era fatto era fatto. E E l'hai detto per anni. E io ne sorridevo sempre. "Dove devi andare?" "Dove dobbiamo andare tutti." "Quasi quasi mi gratto". E ridevi con quel sorriso tirato da chi del sorriso si vergogna un po', da chi la felicità non la ostenta mai perché ha sempre la mente in moto, con la preoccupazione mai per sé, ma sempre per gli altri. E lo facevi pure con quella piccola scheggia di demenza senile che ogni tanto - e me ne pento - quasi mi faceva arrabbiare. Mi spiace. Mi machi. E te lo volevo dire che sei stata grande grande, in tutto e per tutto.
E invece ora che scendo non ci sei.
Niente baci buttati per aria, perché non era concesso toccarti e io te li davo a forza, te li davo lo stesso. E ridevamo. E come stai? E l'hai trovato poi il paradiso? E un grande abbraccio.
E quel ricordo ormai lontano di una bara chiusa, di una casa da chiudere e di quel grande silenzio e quella brutta sensazione che non avrei mai voluto, quasi di cacciarti da casa tua e tornare alla vita come del resto si fa. E le lacrime che non hanno poi tanto senso. E un "ti voglio bene" mai detto e sempre saputo.
05 marzo, 2013
Allora pace amen.
MARC — Piccola Line, a te non piacerebbe essere amata?
LINE — Non lo so. Credo che in fondo non me importa. Se mi amano bene, se non mi amano, pace a me.
LINE — Non lo so. Credo che in fondo non me importa. Se mi amano bene, se non mi amano, pace a me.
MARC — Non si dice «pace a me», si dice pace amen.
LINE — Allora pace amen.
(da "Line, il tempo", scritto da Ágota Kristóf, pubblicato nel suo libro "Dove sei Mathias?")
Ho letto tutto quello che potevo leggere di Ágota Kristóf, almeno quanto tradotto in italiano.E "allora pace amen".
Cavolo se mi mancherà poter leggere qualcosa di questa donna!
E intanto ringrazio un amico che qualche anno fa mi regalò "La trilogia della città di K.".
E continuo a dirlo, mi rode il culo di dover spendere 8 euro per un libro della Kristóf con due raccontini di 10 pagine l'uno, pagine grandi come uno strappo di carta igienica, con i caratteri enormi e spazi infiniti. Eppure ogni volta ne vale la pena. E mi rode ancora di più il culo, invidiando chi fu la migliore scrittrice che abbia mai letto. Semplicemente terribile, semplicemente stupendo ogni suo scritto.
24 ottobre, 2012
Sparando cazzate.
Soddisfazioni spinoziane: tie', m'hanno anche tradotto!.
L'originale era: "USA: “Donna incinta dopo stupro lo vuole Dio”. Del resto nemmeno la madonna ha mai avuto molta scelta."
Si ringrazia Spinoza.
06 marzo, 2012
SCN - atto II
19 gennaio, 2012
SCN
E ci son quelle librerie che incontri per caso mentre hai da fare tutt'altro, che tu lo sai che non ci dovresti entrare. E poi ci entri e vai là - dici - "quasi per caso, solo per fare un giro". E poi ti viene quella nuvoletta da intellettuale scapestrato, abbastanza fallito. Che poi non te li puoi permettere. Che poi esci con tre libri nella borsa. Che uno è di 50 pagine e ti rode il culo che costa 12,00 euri. Che tu lo sai che sulla Gazzetta Ufficiale prima si scriveva EURI [ma stai divagando!]. Che poi ti leggi quelle 50 pagine e ti viene un groppo allo stomaco. Fottuta Agota Kristof. Riposa in pace schifosa scrittrice migliore del mondo. Quanto ti odio e quanto ti amo.È il problema di quando la leggo, sempre quello, che ti fa sentire "analfabeta", che ti fa strano, che ti prende pure per il culo e ti fa venire un sorriso o una lacrima con un paio di parole, mai una di più, mai una fuori posto. E poi, poco poco hai studiato un minimo di linguistica ti da quasi al cazzo quando la leggi, quasi la studi. E poi ti da al cazzo l'invidia, ti da al cazzo persino che lei non scriverà più mentre Baricco verrà ancora definito un santo scrittore. Ma li mortacci sua! Ti da al cazzo che quasi alla fine dici "oh, mo' non scrive più, 'sta stronza", ma lo fai col sorriso, che non ci credi nemmeno tu, perché tanto lo sai che ti fa male. Ci si può affezionare ad uno che non conosci, ci si può affezionare alla pagine di qualcuno? Io sono uno che a certi scrittori si affeziona, mi sa... poi vado là, nelle librerie e mi rivedo i libri che già c'ho, li sfoglio, leggo qualche pezzo. Poi prendo un libro dello stesso autore che non ho. Certe volte mi fisso. Qualche volta passa un po' prima che ne prenda un altro, un altro libro dico. Ma certe volte invece no, vado lì, faccio scorta. Che poi, ora, sembra che io non faccia altro che leggere. No, io sono pigro anche per questo. C'ho i miei tempi. Per non parlare del fatto che non ho mai soldi e che i libri (sia lodata mamma Italia e i suoi governi e chi non paga le tasse, potesse venirvi un tumore alle palle e alle ovaie, che se ne perda la razza! [ma stai divagando!]) stan diventando bene di lusso, sempre più di lusso! Ma sì, disincentivatela questa lettura, meglio un po' di sano plastico di Bruno Vespa (coi nei che se li metti insieme dall'uno al mille ti vien fuori il plastico del perfetto giornalista venduto e pirla!) o un po' di Grande Fratello (che Mr Blair sai quanto si starà rivoltando nella tomba? MORTACCI VOSTRI!) o quella bocchinara/rotta in culo di Belen (che gnocca è gnocca, ma pure come zoccola non se la cava male!).
Oh, comuque, Sigrora Kristof, grazie... e un'altra cosa, mi ci dispiace, proprio per tutto. Anche perché non scrivo, scusa. Perché per pigrizia manco leggo, perché faccio altro. Perché... vabbè, intanto grazie.
"... la mia malattia della lettura mi arrecherà piuttosto rimproveri e disprezzo:
«Non fa niente. Continua a leggere».
«D'altro non sa far niente».
«È l'occupazione più pigra che ci sia».
«È pigrizia».
E, soprattutto: «Legge, invece di...»
Invece di cosa?
«Ci sono tante di quelle cose più utili, non è vero?»
Ancora adesso, di mattina, quando la casa si svuota e tutti i vicini vanno al lavoro, mi sento un po' in colpa per il fatto di mettermi al tavolo della cucina a leggere i giornali per ore e ore, invece di... di fare le pulizie, di lavare i piatti della sera prima, di andare a fare la spesa, di lavare e stirare i panni, di fare la marmellata o delle torte...
E soprattutto, soprattutto! Invece di scrivere."
[Tratto da "L'Analfabeta" di Agota Kristof]
26 luglio, 2011
Porta Ombrelli.
Gli ospedali mi hanno sempre fatto schifo. Questi poi! Sud Italia e sanità vanno di pari passo: più si scende a sud, più scade in un baratro profondo la qualità della struttura, dei modi di fare del personale, delle sale per il pubblico, della musica ascoltata (in radio diffusione) da medici e infermieri alla radio. Fossi paziente sarei molto propenso ad ogni sorta di lagnanza pur di non ascoltare danza cazzinculo, o Spaccamaronotti con la sua "s" biascicata, o Scassa Rozzi in radio. O, peggio, roba tipo Troia Caga o uno pseudo rap hippopparo a caso. Comunque troppo "ganga" per essere capito nella sua ignoranza, persino dalla grettitudine della vecchietta che assiste il marito o dalla rincoglionita che viene a trovare il parente truccata come se fosse in procinto di andare a battere i di farsi passare tra le cosce un palo di lap dance o d'altro genere. E non ti dico il reparto maternità. Cristo.E, a proposito di bestemmie, più scendi al sud, più aumentano gli altarini, le immagini sacre, i lumini... perché gli ospedali non sono già abbastanza inquietanti: addobbiamoli come fottuti cimiteri!
E le strutture fatiscenti anche quando sono nuove o appena ristrutturate. La cosa fa pensare.
Del resto, anche la gente che ci lavora è quasi eroica. Persino i pazienti fanno il possibile per sopravvivere. Poi mi ritorna in mente la musica scelta da medici e infermieri e di essere venuto a trovare qualcuno che è qui perché non si è mai curato. E un po' ti senti preso per il culo. Soprattutto quando vai al cesso e ti viene il vomito e ti passa lo stimolo della pisciata (salvo annaffiare il pitosforo secco e i cipressi del giardino).
Le sedie in plastica azzurra, sbiadite dal sole che entra dalle finestre, comode come una manciata di puntine. Verrebbe da sedersi sulla sedia a rotelle parcheggiata a caso in un angolo del corridoio... ehm... sala d'aspetto. Grigia, una ruota che non c'entra un cazzo, ruggine, l'imbottitura mezza da fuori. Avrà una quarantina d'anni. Immagina quanta gente ha poggiato le sue chiappe su quell'affare e quanto sia pulita... con la parte centrale della seduta che è rimovibile (per ovvie ragioni), con la muffa che si vede in un punto in cui si appoggiano le gambe, dove esce la gommapiuma.
Le luci, anche la sera, sono accese una sì e una no. Per non disturbare i pazienti (seee, come no?!)... e sconfinarli tutto il giorno e la notte in uno stato di soporifera penombra penosa. Magari è per avvicinarli alla luce crepuscolare... dove si stanno affacciando.
E poi detesto l'odore degli ospedali. Fottutissimo olezzo di ospedale. Lo sento per giorni dopo essere uscito da 'sti posti. È una puzza grigia di disinfettante grigio. Non ha niente di asettico. Sembra solo un odore stantio, fermo, che ti rapisce nel suo grigiume. E NON SI ARRENDE PRIMA DI QUALCHE GIORNO.
Da quando sono qui ho starnutito tre volte e consumato un pacchetto di fazzoletti. Ipocondria.
Sul portaombrelli c'è attaccato un foglio di block notes con scritto a mano, in un orribile stampatello blu,
PORTA
OMBRELLI
OMBRELLI
Suppongo che la gente lo usasse come cestino dei rifiuti, sebbene questo stia giusto accanto con tanto di busta.
Gli infermieri ci mettono una vita a rispondere alle chiamate dei pazienti. L'allarme di chiamata suonava e un infermiere stava al piano terra a fumare una sigaretta, l'altra parlava al cellulare per le scale. Quando è risalito il fumatore era... leeeentooooo.
Anche fuori il tempo è grigio. Non pioverà, anzi, schiarirà presto. È solo caldo in più, dovuto all'umidità.
La noia la si vede proprio, sui volti di tutti, nei gesti, nel tempo che scorre lento, nel clima. La si vede nel bambinoche gioca con l'ascensore e non trova nulla di più fantasioso, nella madre zoccola che nemmeno lo richiama, in me che ho letto un centinaio di pagine di Irvine Welsh che non mi piglia poi tanto. In me che scrivosl cellulare queste quattro righe. Nel vecchio seduto in pantaloni azzurri da pigiama e maglietta intima bianca e che se ne sta lì a dondolare se stesso e il suo bastone. Se ne sta solo a fissare il vuoto, ogni tanto prova a sorridere con quel languido sguardo vuoto, fluido, smarrito nella sua aterosclerosi e l'unica cosa di cui si lamente è "Toccu! Lu mangiare alle cinque e menza?! Ah, povera Italia! E mo' ne lu portane...". Poi si alza e si trascina lento e storpio sul suo bastone. E la puzza del cibo pervade il corridoio. È la solita puzza di pasta scotta, brodino giallo che sembra vomito raggrumato, carne bollita troppo a lungo e l'immancabile mela cotta. Che cazzo! Io odio gli ospedali.
Gli infermieri ci mettono una vita a rispondere alle chiamate dei pazienti. L'allarme di chiamata suonava e un infermiere stava al piano terra a fumare una sigaretta, l'altra parlava al cellulare per le scale. Quando è risalito il fumatore era... leeeentooooo.
Anche fuori il tempo è grigio. Non pioverà, anzi, schiarirà presto. È solo caldo in più, dovuto all'umidità.
La noia la si vede proprio, sui volti di tutti, nei gesti, nel tempo che scorre lento, nel clima. La si vede nel bambinoche gioca con l'ascensore e non trova nulla di più fantasioso, nella madre zoccola che nemmeno lo richiama, in me che ho letto un centinaio di pagine di Irvine Welsh che non mi piglia poi tanto. In me che scrivosl cellulare queste quattro righe. Nel vecchio seduto in pantaloni azzurri da pigiama e maglietta intima bianca e che se ne sta lì a dondolare se stesso e il suo bastone. Se ne sta solo a fissare il vuoto, ogni tanto prova a sorridere con quel languido sguardo vuoto, fluido, smarrito nella sua aterosclerosi e l'unica cosa di cui si lamente è "Toccu! Lu mangiare alle cinque e menza?! Ah, povera Italia! E mo' ne lu portane...". Poi si alza e si trascina lento e storpio sul suo bastone. E la puzza del cibo pervade il corridoio. È la solita puzza di pasta scotta, brodino giallo che sembra vomito raggrumato, carne bollita troppo a lungo e l'immancabile mela cotta. Che cazzo! Io odio gli ospedali.
25 luglio, 2011
Trenitalia si scusa per il disagio.
Treno 9351 da Roma Termini a Lecce. Diario di un passereggero.Ore 8:45. Partito. Potevo perdere il treno visto che non hanno messo il binario e la partenza sul tabellone luminoso. Perché quando devo partire ci stanno sempre problemi come frane sulla tratta, incendi di stazioni vicine, suicidi o, addirittura, l'aria condizionata rotta?
Ore 9:45. Dal lato opposto del corridoio una balenottera spiaggiata ha, praticamente, occupato quattro posti e mangia simil pittule o pane fritto o qualcosa di simile (comunque fritto) affogato nello SQUACQUERONE Invernizzi, salvo finire la vaschetta del formaggio fresco di cui sopra portandola alla bocca per un'ultima limonata di passione col latticino.
Accanto a me, una mummia in fase di scongelamento e due pseudo aspiranti tronisti depilati come pecore dopo la rasatura. Uno sembra il sosia pirla di Fabrizio Corona (che già è pirla di suo). Tra l'altro sono baresidimerda (non che io abbia qualcosa contro i baresi, è più che altro una questione di tradizione).
Carina la gnocca straniera (purtroppo non tutta sola e alla ricerca di qualcuno che la consolA <--- cit.) seduta in fondo al vagone. Dio mi odia (e la cosa è reciproca) per non avermela messa davanti e avermi messo vicino questi scempi della natura. Comunque, il conato di vomito causato dalla donna cetaceo sembra essersi placato rivelandosi un falso allarme. Ad ogni modo, che schifo!
Ore 10:45. A Benevento la mummia è scesa ed è salita quella che la guardi ed è palesemente una povera stronza sessualmente frustrata che crede, a più di quarant'anni, di poter competere con una venticinquenne e s'incazza perché l'unico tipo d'uomo che riesce ad attirare è il noiosissimo, barbosissimo uomo-zerbino. Povera stronza. Se vuol continuare a truccarsi come una diciottenne tamarra (ma è campana, con tutto il rispetto per la Campania... ma, anche qui, difendo un luogo comune del sud. Tra l'altro, ha un accento terribilmente marcato e ci manca solo che dica un "uè uè" ogni due parole), dovrà cominciare ad usare il "fondo riempitivo" che sto scendendo a Bruno (che non è riuscito a trovarlo nel "fornitissimo" Salento).
La balenottera si mangia le unghie e le pellicine: uno spuntino tra un pasto e l'altro?
Ore 12:45. Barletta. Ciao ciao gnocca straniera. Il Corona "de no' artri" sta dormendo con la bocca aperta aperta e russacchiando. Devo pisciare ma sono bloccato.
Ore 13:45. La chiattona è scesa e io non me ne sono neanche accorto, perso tra le vicende e le pippe mentali di tale Roy Strang, il personaggio di un romanzo di Irvine Welsh.
Siamo in orario? Più o meno, credo di sì. Ho un certo languore. La carrozza è ormai abbastanza vuota.
Ore 14:45. In macchina con Bruno verso la casa natia. Voglia di vivere quest'estate... non è che sta scemando, credo non ci sia mai stata.
07 giugno, 2009
Scatti in piccole dosi
Sono in macchina. Il tramondo scende lento dietro l'orizzonte arrossato, le nuvole arrossate e gli alberi scossi dal libeccio.
Ogni volta che ti chiamo, ogni volta che ti sento, ogni volta che ti vedo, ogni fottuta volta è un pugno nello stomaco. Ne ho bisogno, ma so che mi farà male. Meglio non chiamare. Ma è troppo che ne faccio a meno, è una necessità impellente, mentre al solo pensiero le tempie mi si bagnano di minuscole gocce di sudore freddo. No, non ti chiamo. Lascio il cellulare sul sedile accanto, poi lo prendo, di scatto, faccio il numero. E' un bisogno morboso di farmi del male, una necessità sterile ed autolesionista di sapere che ci sei, che c'è ancora qualcosa, qualcuno in grado di ritorcermi le budella, sensazioni di attimi, sempre quelli, ripetuti all'infinito. Cicli circadiani autolesionisti, per stare bene, per non pensare un po', per guardarti ancora una volta fissa negli occhi, occhi così grandi che ci sto già affogando. Sensazioni sconnesse, un mondo a colori, risate e la botta di paranoia subito dopo. Il respiro pesante dopo che esco. Si, so che andrà così. E ci sarà qualcosa di inconfessabile dentro e mi stupirò ancora che ci sia ancora qualcosa che mi stupisca e di sapere che sei ancora tu, che è ancora un tuo gesto che ancora non avevo notato, che è sempre il tuo sorriso timido e sincero quando ti ritrai, vederti che ridi.
Costante consapevolezza di sapere cosa ritrovare, ricordare le strade, seguire, andare oltre, ritornare. E' una corona di filo spinato per sentirmi un attimo re, sebbene sappia che sarò spodestato. Certe volte, per certi attimi, ne vale ancora la pena.
E io lo so dove sei, davvero, conosco il tuo profumo. Conosco la tua luce e so abbracciare il tuo buio. Perché l'ho fatto e tu lo sai che potrei.
Io lo so l'effetto che fai, con te vado sul sicuro, adrenalina. Sali nelle vene, poi il cervello comincia a pulsare, i pensieri si fanno leggeri, connessioni neuronali sconnesse, prima che la testa esploda un po'. Poi sto bene.
So dove sei, so dove vorrei essere, vorrei perdermi, vorrei essere in te. E non posso. No, non devo. Tu devi rimanere la mia certezza, io ho così terribilmente bisogno di te. E' per questo che alla fine cedo.
Squilla.
Tanto lo sapevi che l'avrei fatto. Ti sentivo nell'aria e per te era lo stesso. Lo sapevi che avrei acconsentito questa volta, come al solito, a quel sottile richiamo della tua mente. La mia è devozione.
Il nostro è un gioco perverso, il mondo sa e noi taciamo. Oh si, davvero, se ci pensi bene, lo sai anche tu. La descrizione è così completa, il quadro è perfetto, ma io sono un artistoide senza fama nè brama di successo e non ho il coraggio di togliere il lenzuolo alla mia opera migliore. E' una cosa mia poterti guardare, il modo con cui ti ammiro, con cui scruto sicuro la tua bellezza. E un po' maniacale.
Rispondi.
Dove sei? E per poco non prendo in piedo l'auto davanti a me, con il rumore della frenata, gli pneumatici a strisciare l'asfalto. E poi corro. Corro a raggiungere la mia certezza, il mio piccolo mondo in una palla di vetro, prima che svanisca, prima che passi l'effetto. Non puoi lasciarmi, perché sarebbe dura fare certi passi. E non ho nemmeno bisogno d'averti. Ma devo sapere che ci sei, è terribilmente importante sapere che esisti, che stai bene, soprattutto che stai bene. No, non sto piangendo, stai tranquilla.
Ho la mia maschera da benaugurante, il mio sorriso e ho il tuo. E le lacrime scompaiono e io sto bene e sono felice. E ti vedo e ci sei e mi scorri dentro e mi pulsi in testa.
Con te sono sempre impacciato, come se ti vedessi per la prima volta e mi perdessi subito. Del resto e stato così, ma ovviamente tu questo non lo sai. Sudo freddo, rido nevrastenico, scherzo senza cinismo, mi muovo, fumo, sono irrequieto. Mi alzo quando ti alzi, non per educazione, ma per un gesto inconsulto, forse per non farti andare. Guardo i tuoi occhi con il trucco nero, le tue labbra sottili, il sorriso da pubblicità, la vita sottile. E il tuo fare distratto e la tua testa dura. Il mondo tutto tuo, nella tua testa, il tuo pensare sempre al meglio e tanto poi chi se ne frega. Certe volte mi spiazzi. Come quando mi abbracciasti. Tu non abbracci mai. E ti sta bene anche il pigiama che ti fa così sexy.
E vorrei, ma non posso. E potrei, ma non devo. E dovrei, ma non riesco. Eppure darei tutto per pur di sapere che ci sei. E ti sorrido. E ridiamo. E mi basta. E mi serve vederti così.
E sei droga e sogno.
Ogni volta che ti chiamo, ogni volta che ti sento, ogni volta che ti vedo, ogni fottuta volta è un pugno nello stomaco. Ne ho bisogno, ma so che mi farà male. Meglio non chiamare. Ma è troppo che ne faccio a meno, è una necessità impellente, mentre al solo pensiero le tempie mi si bagnano di minuscole gocce di sudore freddo. No, non ti chiamo. Lascio il cellulare sul sedile accanto, poi lo prendo, di scatto, faccio il numero. E' un bisogno morboso di farmi del male, una necessità sterile ed autolesionista di sapere che ci sei, che c'è ancora qualcosa, qualcuno in grado di ritorcermi le budella, sensazioni di attimi, sempre quelli, ripetuti all'infinito. Cicli circadiani autolesionisti, per stare bene, per non pensare un po', per guardarti ancora una volta fissa negli occhi, occhi così grandi che ci sto già affogando. Sensazioni sconnesse, un mondo a colori, risate e la botta di paranoia subito dopo. Il respiro pesante dopo che esco. Si, so che andrà così. E ci sarà qualcosa di inconfessabile dentro e mi stupirò ancora che ci sia ancora qualcosa che mi stupisca e di sapere che sei ancora tu, che è ancora un tuo gesto che ancora non avevo notato, che è sempre il tuo sorriso timido e sincero quando ti ritrai, vederti che ridi.
Costante consapevolezza di sapere cosa ritrovare, ricordare le strade, seguire, andare oltre, ritornare. E' una corona di filo spinato per sentirmi un attimo re, sebbene sappia che sarò spodestato. Certe volte, per certi attimi, ne vale ancora la pena.
E io lo so dove sei, davvero, conosco il tuo profumo. Conosco la tua luce e so abbracciare il tuo buio. Perché l'ho fatto e tu lo sai che potrei.
Io lo so l'effetto che fai, con te vado sul sicuro, adrenalina. Sali nelle vene, poi il cervello comincia a pulsare, i pensieri si fanno leggeri, connessioni neuronali sconnesse, prima che la testa esploda un po'. Poi sto bene.
So dove sei, so dove vorrei essere, vorrei perdermi, vorrei essere in te. E non posso. No, non devo. Tu devi rimanere la mia certezza, io ho così terribilmente bisogno di te. E' per questo che alla fine cedo.
Squilla.
Tanto lo sapevi che l'avrei fatto. Ti sentivo nell'aria e per te era lo stesso. Lo sapevi che avrei acconsentito questa volta, come al solito, a quel sottile richiamo della tua mente. La mia è devozione.
Il nostro è un gioco perverso, il mondo sa e noi taciamo. Oh si, davvero, se ci pensi bene, lo sai anche tu. La descrizione è così completa, il quadro è perfetto, ma io sono un artistoide senza fama nè brama di successo e non ho il coraggio di togliere il lenzuolo alla mia opera migliore. E' una cosa mia poterti guardare, il modo con cui ti ammiro, con cui scruto sicuro la tua bellezza. E un po' maniacale.
Rispondi.
Dove sei? E per poco non prendo in piedo l'auto davanti a me, con il rumore della frenata, gli pneumatici a strisciare l'asfalto. E poi corro. Corro a raggiungere la mia certezza, il mio piccolo mondo in una palla di vetro, prima che svanisca, prima che passi l'effetto. Non puoi lasciarmi, perché sarebbe dura fare certi passi. E non ho nemmeno bisogno d'averti. Ma devo sapere che ci sei, è terribilmente importante sapere che esisti, che stai bene, soprattutto che stai bene. No, non sto piangendo, stai tranquilla.
Ho la mia maschera da benaugurante, il mio sorriso e ho il tuo. E le lacrime scompaiono e io sto bene e sono felice. E ti vedo e ci sei e mi scorri dentro e mi pulsi in testa.
Con te sono sempre impacciato, come se ti vedessi per la prima volta e mi perdessi subito. Del resto e stato così, ma ovviamente tu questo non lo sai. Sudo freddo, rido nevrastenico, scherzo senza cinismo, mi muovo, fumo, sono irrequieto. Mi alzo quando ti alzi, non per educazione, ma per un gesto inconsulto, forse per non farti andare. Guardo i tuoi occhi con il trucco nero, le tue labbra sottili, il sorriso da pubblicità, la vita sottile. E il tuo fare distratto e la tua testa dura. Il mondo tutto tuo, nella tua testa, il tuo pensare sempre al meglio e tanto poi chi se ne frega. Certe volte mi spiazzi. Come quando mi abbracciasti. Tu non abbracci mai. E ti sta bene anche il pigiama che ti fa così sexy.
E vorrei, ma non posso. E potrei, ma non devo. E dovrei, ma non riesco. Eppure darei tutto per pur di sapere che ci sei. E ti sorrido. E ridiamo. E mi basta. E mi serve vederti così.
E sei droga e sogno.
01 agosto, 2008
Devo far aggiustare l'ammortizzatore posteriore sinistro che non lo sopporto quando fa casino.
Serata passata quasi sfogliando vecchi ricordi con qualche anno di troppo, ma senza amaro in bocca. Ricordi innocui, come fotografie che volano in mulinelli di lucido scirocco. Due ragazze straniere, un vecchio amico, una cara vecchia dolce amica che pensavo di aver perso e con la quale sono stato come se non fossimo stati distanti un solo istante. Ballare musica che non mi piace senza cercare un motivo, sigarette buttate, soldi spesi senza fare domande, la macchina piena di gente, le curve di una strada deserta alle 5 del mattino con le luci dell'alba e gli uccelli che cominciano a cantare, una casa dove ho dormito molte notti d'estati lontane, chiacchierate e fumo di sigaretta e rimembranze strane che tornano a galla con la placida malinconia di qualche capello in più e con una consapevolezza di essere in movimento verso un dove e un quando. Niente domande, non un solo "come stai", solo sane risate, lunghe gambe, abbracci di amiche ritrovate, un ballo sulla spiaggia, rivedere gente che non vedevo dalle elementari, ricordi su ricordi, da chiudere in un cassetto anche quando non ce ne stanno più. Ridere, ridere, ridere ancora, le parlate in dialetto che ci capiamo solo noi, sguardi in pista, sudore, umidità, profumo di salsedine. Canzoni veeeeeeeeeecchie che farei pure a meno di sentire, ma che poi ti ricordano certi posti, certa gente, certe situazioni. Sigarette, minchia quante sigarette, le file per un cocktail che non berrò io (sono astemio, ndr). Quanto è bello, certe volte, lasciarsi andare e tornare ad inseguire i sogni. E grazie per gli abbracci, di chiunque siano stati. Cazzo come sto bene.
PS: Se non avete capito un cazzo, è normale. E anche se avessi voglia di dire tutto, non credo lo farei.
PS: Se non avete capito un cazzo, è normale. E anche se avessi voglia di dire tutto, non credo lo farei.
27 maggio, 2008
C'è crisi dappertutto
Arturo parte. Va via con due merdallari (metallari, ma merdallari è più giusto) che mi hanno chiamato la mattina per adottarlo, per portarlo via.Lo sapevo che era una cosa così, una roba di pochi giorni. Sarà che sono bastati dieci giorni per volergli bene, sarà che io mi affeziono più facilmente agli animali che alle persone, soprattutto ai gatti. Sarà che in qualche mia vita precedente dovevo essere un gatto (non che io creda in quella stronzata della reincarnazione). Non so. Ad ogni modo, l'astuto felino, il ricamatore dei tagli sulle mie mani, il mostriciattolo che aveva conquistato letto e cuore di un durk qualsiasi (ma manco troppo qualsiasi) ha trovato casa ed ora non credo che lo rivedrò più.
Beh micio, spero tu stia bene. Se hai bisogno, chiama.
"... If you have to go don't say goodbye
If you have to go don't you cry
If you have to go I will get by..."
Su, gatto, se devi andare, non dire arrivederci, se devi andare, non piangere, se devi andare, sopravviverò.
Ciao Artu'.
26 maggio, 2008
Danno in anno...
Cambio di calendario. Va bene così. Nient'altro, va bene così, solo grazie, è una cosa mia, è una cosa nostra e va bene così.
21 maggio, 2008
Sono fatto a cazzo
Guardo fuori dalla finestra. Ho spento le luci dentro. Ho mal di testa e sto meglio se sto al buio.Fuori viene giù il cielo. In alcuni momenti sembra che qualcuno si stia divertendo a buttare giù secchiate dal tetto.
Vado in cucina. Al buio, apro il frigo. Prendo del succo di frutta alla pesca. Bottiglia nuova, la sbatto, la agito. Prendo un bicchiere pulito, lo poso sul mobile. Do l'ennesima occhiata in strada, piove da ore, da ieri sera, praticamente non ha smesso mai. Ha diminuito, ora però ha preso un bell'andazzo. Sembra un diluvio. Prendo il succo di frutta, apro la bottiglia, bevo. Guardo il mobile. Vedo il bicchiere. Lo rimetto a posto. Ho la testa altrove.
Fuori continua a buttare giù pioggia a non finire. Cambio finestra. Torno in camera. Il panorama non cambia. Le auto passano veloci sulla strada principale, sfrecciano, spariscono, oltre la mia visuale. Fanno il classico rumore delle auto che corrono sull'asfalto fradicio. Corrono, non c'è tanta gente in giro. Nessuno va nelle stradine interne del quartiere, pochi, molto meno del solito. Il rombo degli autobus si sente ancora di più quando c'è meno rumore in giro.
La pioggia è fitta, gocce grandi di scariche violente si alternano a uno sfreccio continuo di aghi d'acqua. Lo scroscio è continuo.
Mi viene in mente una canzone di Guccini, la canticchio nella mia mente. "E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai...".
Il gatto gioca. La sera la passo con lui, a lanciargli il cordino, a farglielo rincorrere, a strapparglielo via e ricominciare daccapo. E giù di seguito. Mi piace 'sto gatto, mi ci sto affezionando. Siamo simili, io e gatti. Mi sa che in qualche vita precedente ero un fottuto felino: stavo indubbiamente meglio.
Con Lei, ho litigato. Non ho ben capito perchè. Abbiamo discusso nel pomeriggio, al telefono, cosa che odio. Non è trattabile in questo periodo. Io, alla fine, lo divento meno di Lei. Sticazzi. Non è per vendetta, è che m'incazzo quando non capisco. Mi da contro praticamente sempre, ogni volta che c'è qualcosa che non le va. Sticazzi come sopra. Lei dice che capisco. Invece, no, non capisco. Mi dice cose che non penso. Mi dice cose che non sono. Mi chiedo, se le pensa che io possa avere certe cose in testa, che diavolo di connessioni sinaptiche ha? Sono paranoico, questo è vero, schizzato no.
Ho bisogno di spazio, Lei pure. Non troviamo il giusto accordo.
Il gatto sparisce, lo ritrovo infilato sotto il piumone del letto del mio compagno di stanza. Lo faccio uscire. Non dovrebbe star lì. Continua a stupirmi, trova sempre nuovi posti in cui nascondersi. Si, siamo simili. Spengo anche la luce sul comodino e mi metto sul letto. Arturo mi si accoccola accanto, mi mordicchia la mano, mi lecca. In pochi giorni mi ha ricamato sulle mani una serie infinita di graffi, certe volte ne trovo alcuni che non ricordo quando me li ha fatti. Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre lui.
Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre Lei. E' che io, probabilmente, non riesco a concepire il rapporto con Lei come una sfida.
Accendo la tv senza troppo interesse, non c'è nulla da guardare... come al solito. Quasi sempre non c'è nulla da vedere, quasi sempre, soprattutto col mal di testa, mi frega poco del mondo. Non guardo nemmeno il telegionale.
Tornano un paio di coinquilini, chiacchiero con loro. Fumo, fumo un bel po' di sigarette, l'unica cosa che mi blocca è la noia che mi fa rullare. Sono passato al tabacco per fumare meno, no, non è vero, per spendere meno.
Arturo corre in giro, dormicchia, poi riprende a giocare, si appallottola sul letto mentre facciamo una partita con la playstation. Perdo. Perdo quasi sempre quando faccio le partite con 'st'aggeggio. Mi chiedo perchè continuo a giocarci, sarà il senso della sfida, quel poco che mi è rimasto. Gratto la panzetta del gatto quando segno. Gli faccio il solletico, lui si incazza e mi morde. Poi mi lecca. Non vorrei andasse via. Sono negato nell'uso dei joystick o gamepad che dir si voglia. Io sono il tipo da tastiera. Datemi una tastiera e vi darò il mondo.
Ho freddo. Non mi va di mettermi la felpa. Stringo il gatto che si lascia accarezzare, ogni tanto mi accarezza anche lui. Mi tiene caldo. Mi mancherà quando andrà via. Spero stia bene.
Verso l'una la chiamo. Dice che sta fumando e che poi andrà a letto. Le dico anch'io. Non sappiamo bene cosa dirci. Poi cominciamo a discutere, di nuovo. Lei continua a sparare cazzate. Non riesco a capire perchè. Alla fine, mi sembra che, come di norma nell'ultimo periodo, scazziamo così, senza un motivo, che non lo sappia manco Lei. Ogni volta che le do una motivazione mi dice che non capisco. Ogni volta che me ne dice una Lei mi sembra di aver capito benissimo, ma quando controbbatto non ho capito di nuovo. Forse sto diventando scemo, ma la sensazione è più quella di presa per il culo.
E fuori continuano a scendere litri e litri d'acqua buttati giù dal cielo a secchiate o a mo' di innafiatoio. Semplicemente piove, ora più forse ora più piano. Il traffico è ancora più rado. Le poche macchine corrono, penso all'incidente visto il giorno prima per il quale abbiamo dato colpa alla strada bagnata. Ma la colpa non è della strada se la gente ci corre sull'asfalto in quelle condizioni.
Il gatto mi gironzola attorno, entra in cucina, si avvicina al vetro, mi passa tra le gambe, poi sparisce, lo ritrovo in camera che dorme sul letto dove il mio compagno di stanza legge. Legge un libro che gli ho prestato io, un libro che mi ha regalato Lei. E' un buon libro.
Penso che certe volte non ci capiamo proprio. Forse a Lei non piacerebbe troppo quel libro.
La telefonata si è chiusa con un buonanotte dal profumo di vaffanculo, un ciao impastato d'acido in corpo.
Torno in cucina. Rullo un'altra sigaretta, la accendo. Guardo fuori. Da un lampione esce fumo. Che strano effetto. Poi mi rendo conto che non è fumo. E' vapore. L'acqua riscalda sulla lampadina e diventa vapore. E' un bell'effetto, strano. Per un po' la mia attenzione rimane lì. Poi la sigaretta finisce.
Penso a tutto e a niente perchè in realtà non mi va proprio di pensare, quindi mando il cervello un po' in stand-by. Mi metto a letto. Domenico legge. Io gioco col gatto. Poi anche il gatto dorme. Lo faccio uscire dalla stanza. E mi metto a letto.
Dormo. Mi sveglio presto. Domenico dorme. C'è silenzio. Mi riaddormento. Vado avanti a svegliarmi e ad addormentarmi. Sento i rumori della città che si sveglia, sento Domenico che si alza, torna a letto, poi si mette al pc. Non apro gli occhi fino all'una. Lei mi ha chiamato verso le dieci, ci siamo detti che si saremmo sentiti dopo. Torno a dormire.
Quando mi alzo piove ancora. Il gatto gioca. Le faccio uno squillo, mi chiama. Non discutiamo, ma in ogni telefonata che ci facciamo per dirci stronzate la tensione è tanta.
La casa si svuota. Rimaniamo io e il gatto. Metto su Guccini e ci addormentiamo. Mi alzo, fumo. Scrivo un post senza troppo senso, senza troppe pretese, senza tanta voglia di dire qualcosa, ma con desiderio di sentire il battito dei tasti, che mi rilassa, mi tiene le mani occupate, quache volta mi fa pensare.
Cambio musica, ascolto gli Editors.
Il gatto gioca. La sera la passo con lui, a lanciargli il cordino, a farglielo rincorrere, a strapparglielo via e ricominciare daccapo. E giù di seguito. Mi piace 'sto gatto, mi ci sto affezionando. Siamo simili, io e gatti. Mi sa che in qualche vita precedente ero un fottuto felino: stavo indubbiamente meglio.
Con Lei, ho litigato. Non ho ben capito perchè. Abbiamo discusso nel pomeriggio, al telefono, cosa che odio. Non è trattabile in questo periodo. Io, alla fine, lo divento meno di Lei. Sticazzi. Non è per vendetta, è che m'incazzo quando non capisco. Mi da contro praticamente sempre, ogni volta che c'è qualcosa che non le va. Sticazzi come sopra. Lei dice che capisco. Invece, no, non capisco. Mi dice cose che non penso. Mi dice cose che non sono. Mi chiedo, se le pensa che io possa avere certe cose in testa, che diavolo di connessioni sinaptiche ha? Sono paranoico, questo è vero, schizzato no.
Ho bisogno di spazio, Lei pure. Non troviamo il giusto accordo.
Il gatto sparisce, lo ritrovo infilato sotto il piumone del letto del mio compagno di stanza. Lo faccio uscire. Non dovrebbe star lì. Continua a stupirmi, trova sempre nuovi posti in cui nascondersi. Si, siamo simili. Spengo anche la luce sul comodino e mi metto sul letto. Arturo mi si accoccola accanto, mi mordicchia la mano, mi lecca. In pochi giorni mi ha ricamato sulle mani una serie infinita di graffi, certe volte ne trovo alcuni che non ricordo quando me li ha fatti. Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre lui.
Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre Lei. E' che io, probabilmente, non riesco a concepire il rapporto con Lei come una sfida.
Accendo la tv senza troppo interesse, non c'è nulla da guardare... come al solito. Quasi sempre non c'è nulla da vedere, quasi sempre, soprattutto col mal di testa, mi frega poco del mondo. Non guardo nemmeno il telegionale.
Tornano un paio di coinquilini, chiacchiero con loro. Fumo, fumo un bel po' di sigarette, l'unica cosa che mi blocca è la noia che mi fa rullare. Sono passato al tabacco per fumare meno, no, non è vero, per spendere meno.
Arturo corre in giro, dormicchia, poi riprende a giocare, si appallottola sul letto mentre facciamo una partita con la playstation. Perdo. Perdo quasi sempre quando faccio le partite con 'st'aggeggio. Mi chiedo perchè continuo a giocarci, sarà il senso della sfida, quel poco che mi è rimasto. Gratto la panzetta del gatto quando segno. Gli faccio il solletico, lui si incazza e mi morde. Poi mi lecca. Non vorrei andasse via. Sono negato nell'uso dei joystick o gamepad che dir si voglia. Io sono il tipo da tastiera. Datemi una tastiera e vi darò il mondo.
Ho freddo. Non mi va di mettermi la felpa. Stringo il gatto che si lascia accarezzare, ogni tanto mi accarezza anche lui. Mi tiene caldo. Mi mancherà quando andrà via. Spero stia bene.
Verso l'una la chiamo. Dice che sta fumando e che poi andrà a letto. Le dico anch'io. Non sappiamo bene cosa dirci. Poi cominciamo a discutere, di nuovo. Lei continua a sparare cazzate. Non riesco a capire perchè. Alla fine, mi sembra che, come di norma nell'ultimo periodo, scazziamo così, senza un motivo, che non lo sappia manco Lei. Ogni volta che le do una motivazione mi dice che non capisco. Ogni volta che me ne dice una Lei mi sembra di aver capito benissimo, ma quando controbbatto non ho capito di nuovo. Forse sto diventando scemo, ma la sensazione è più quella di presa per il culo.
E fuori continuano a scendere litri e litri d'acqua buttati giù dal cielo a secchiate o a mo' di innafiatoio. Semplicemente piove, ora più forse ora più piano. Il traffico è ancora più rado. Le poche macchine corrono, penso all'incidente visto il giorno prima per il quale abbiamo dato colpa alla strada bagnata. Ma la colpa non è della strada se la gente ci corre sull'asfalto in quelle condizioni.
Il gatto mi gironzola attorno, entra in cucina, si avvicina al vetro, mi passa tra le gambe, poi sparisce, lo ritrovo in camera che dorme sul letto dove il mio compagno di stanza legge. Legge un libro che gli ho prestato io, un libro che mi ha regalato Lei. E' un buon libro.
Penso che certe volte non ci capiamo proprio. Forse a Lei non piacerebbe troppo quel libro.
La telefonata si è chiusa con un buonanotte dal profumo di vaffanculo, un ciao impastato d'acido in corpo.
Torno in cucina. Rullo un'altra sigaretta, la accendo. Guardo fuori. Da un lampione esce fumo. Che strano effetto. Poi mi rendo conto che non è fumo. E' vapore. L'acqua riscalda sulla lampadina e diventa vapore. E' un bell'effetto, strano. Per un po' la mia attenzione rimane lì. Poi la sigaretta finisce.
Penso a tutto e a niente perchè in realtà non mi va proprio di pensare, quindi mando il cervello un po' in stand-by. Mi metto a letto. Domenico legge. Io gioco col gatto. Poi anche il gatto dorme. Lo faccio uscire dalla stanza. E mi metto a letto.
Dormo. Mi sveglio presto. Domenico dorme. C'è silenzio. Mi riaddormento. Vado avanti a svegliarmi e ad addormentarmi. Sento i rumori della città che si sveglia, sento Domenico che si alza, torna a letto, poi si mette al pc. Non apro gli occhi fino all'una. Lei mi ha chiamato verso le dieci, ci siamo detti che si saremmo sentiti dopo. Torno a dormire.
Quando mi alzo piove ancora. Il gatto gioca. Le faccio uno squillo, mi chiama. Non discutiamo, ma in ogni telefonata che ci facciamo per dirci stronzate la tensione è tanta.
La casa si svuota. Rimaniamo io e il gatto. Metto su Guccini e ci addormentiamo. Mi alzo, fumo. Scrivo un post senza troppo senso, senza troppe pretese, senza tanta voglia di dire qualcosa, ma con desiderio di sentire il battito dei tasti, che mi rilassa, mi tiene le mani occupate, quache volta mi fa pensare.
Cambio musica, ascolto gli Editors.
19 maggio, 2008
Facce da gatto
Codesta è la storia di un essere superiore. Dopo ardue, lotte un prode gatto di nome Arturo decise di vincere e di essere il nuovo proprietario del mio giaciglio.
Dopo aver sfrattato me medesimo, ha esteso i suoi territori al letto accanto, indi, ad ogni loco di questa casa. (tranne camera di chi lo mena, bagno, balconi [che di butta giù] e stanzino [ci prova sempre a fottersi i salumi]).
Vietato nulla è al prode felino, che però educato e rispettoso degli altri abitanti della magione, per mostrar la sua natura più brutale, è comodo d'usar la propria vasca di toeletta.
Generoso di affetto, morsi, graffi e slinguazzate, non altro ha da far che non sia darsi le arie, cibarsi, bere e defecare.
Saltando, gioca a rincorrere lacci che non servi umili siam costretti a trainar per suo volere e suo piacere. Ma non è questo a preoccuparci, quanto il fatto che ci mangi che qualche assaggio già l'ha dato.
Scherzi a parte, questo è il lieto ospite di una casa in cui non può, ahinoi, rimanere.
Speriamo che trovi un luogo adeguato e tante coccole ed affetto... anche se non troppo in fretta.
Amo i gatti... anche se questo mi fotte il letto... Del resto ci sono abituato (benedette Labbra!).
16 marzo, 2008
Hang the dj... hang the dj...
Io sono il mio dj....
... e anche come pizzaiolo comincio a cavarmela niente male.
E sticazzi che il compleanno non era il mio, che io non ero il festaggiato, che non ero la persona più importante là dentro, che non sono una persona molto socievole.
www.antoniodamore.com/cloverbirth
PS: Voglio una foto con quel "coso" all'ingresso...
02 marzo, 2008
Timelife
Non scrivevo da un bel po' praticamente da Natale.Che è successo? Semplice, non avevo nulla da scrivere, quantomeno, non qui.
In questi mesi sono successe un po' di cose, non so, per esempio ho preso il mio primo 30, ho inviato il mio primo Curriculum Vitae, ho dato qualche esame, qualcuno con esito negativo, qualcuno, fortunatamente no, di qualche altro aspetto ancora i risultati, di un altro ho capito che non riuscirò a finire il programma di studio... ergo non lo si fa. Ho studiato.
Ho litigato con Lei, labbra. Ci ho fatto pace. Lei riempie un po' la mia vita. Ho finito finalmente il libro "Neuromante" di Gibson, che non è male.
Ho iniziato a scrivere un po' di racconti, ma non li ho mai finiti. Ho ripreso alcune pagine del mio primo romanzo (quello che nessuno scrittore riesce mai a pubblicare). Ho scritto di rado per me.
Ho pensato. Ho pensato tanto. Ho visto il concerto dei Cure. Ho scassato il cazzo al programma radio dei miei amici, qualche volta sono andato a ballare. Spesso mi sono annoiato. Mi sono preoccupato per i miei amici, mi è dispiaciuto per Dana.
Sono andato al cinema. Non ci andavo da tanto, di sicuro non così spesso.
Ho visto American Gangster (due palle!). [Che poi non è che sia un brutto film, ma provate voi a vedere un film bello lungo come questo dalle seconda fila del cinema e poi ditemi che quel film non vi sta sul cazzo!]
Ho visto Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (Figo, ma ammazzerei il ragazzo che canta "Johanna, I feel you... Johanna... Grande Tim Burton. Comunque, avevo capito all'inzio del film come sarebbe finito. Ho letto che molti hanno detto che è un film avaro di sentimenti. Non è vero. Secondo me, è un film con molte emozioni, solo che non sono tutte positive. E' un film da vedere con l'ottica dei bambini, dove il giusto è racchiuso nella morte della strega come in tutte le favole che si rispettino e lo sbagliato nella perdita dell'amore).
Ho visto Persepolis (e il mio commento è stato: "è un film storico sulla guerra in Iran, mal camuffato da cartone satirico... e, soprattutto, due palle!). [Il film merita di essere visto, forse, però, in alcune parti andrebbe rivisto].
Comunque, il cinema mi piace. Sai tutta l'atmosfera, le poltrone, la gente, la fila per i biglietti, le stronzate e i popcorn... soprattutto i popcorn.
Ho passato parecchio tempo con Lei, labbra. Ora è qui mentre scrivo. Guarda un film. Stiamo cercando di stare insieme, anche facendo cose diverse, anche senza stare attaccati. La cosa mi piace. Funzionerà? Per ora sto pensando e scrivendo di lei e mi sono alzato a baciarla solo un paio di volte. Posso definirlo un bilancio positivo? Forse si.
Sto costruendo qualcosa. Non so cosa. Ma so che mi sto muovendo, non so dove, ma sto andando. Questo è importante. Sono fermo, no, mi muovo solo molto lento. Ho i miei tempi, anche se spesso sono sbagliati, sono tempi tutti miei. Sono fatto a cazzo, ma oggi non mi dispiace.
01 marzo, 2008
Grezzie!

Musica che amo. E' importante per mantenermi vivo.
Il Palalottomatica non è l'ideale. No, diciamola tutta, l'acustica fa schifo. Ma non è importante, non è importante se di alcune canzoni non si capisce niente se non un insieme di suoni indistinti, di ritmi che si inseguono e che, distorti nel e dall'indefinito, si perdono.
Il prezzo vale le quasi tre ore di concerto.
L'eterno ragazzo immaginario è sul palco, forse con qualche chilo di troppo di grasso e trucco, ma anche questo fa parte dello spettacolo. E' un palco minimale, è il palco che si vorrebbe vedere. Perchè anche il ragazzo immaginario è il palco. E' una presenza indiscussa, lui non ha bisogno di scenografie, di giochi pirotecnici. Bastano quattro luci. Davvero, il palco sono quattro luci. E nello scenario scuro le macchie colorate sono il biancore della faccia di Robert Smith con il suo cespuglio di capelli in testa e la chioma purpurea del bassista. Il resto dei colori lo fanno le note e la voce del cantante. E' una voce perfetta, di chi sa quel che fa e lo fa splendidamente. E' una voce che scorre limpida. E mi chiedo come faccia ad avere una voce così. Mi chiedo come non si sia rovinata con gli anni. E' la grandezza della sua voce la prima a colpire il pubblico. E la voce è l'unico strumento ad essere perfetto nonostante la pessima acustica. Robert Smith: voce e capelli, labbra rosse e buona musica.
Le canzoni si susseguono, spezzate da qualche pausa, dalla voce di Robert che ogni tanto si ferma per ringraziare in francese prima, in inglese poi e alla fine con uno striminzito "grezzie". Ma va bene così. Glielo si può perdonare. Lui non è un artista che si sente star. Lui è star a modo suo, giocando con il suo pubblico, prendendosi in giro, prendendolo in giro, come un amico immaginario, come una marionetta, come un pagliaccio un po' triste che non fa altro che commuoverti. Ti fa venir voglia di volergli bene, oltre che di ammirarlo per la sua bravura.
E' umile. Terribilmente umile. Non sembra sul palco, sembra far parte del pubblico. Siamo noi che onoriamo lui o lui che onora noi?
Discussione post concerto: "«Chi è il porcellino di papà? Chi è il porcellino di papà? Ma sei tu! PRRRRRRRRRRRRRRRRR!». A vederlo ti fa venire voglia di essere Homer e di fargli fare Spider-Pork, anzi Smith-Pork!"
E' uno che ispira simpatia e ti fa venir voglia di stringerlo. Gira per il palco per regalare saluti e smorfie e "grezzie" a tutti.

E che ci devo fare se a me la musica mi commuove, quantomeno certa musica se è ben suonata? E mi commuove soprattutto quando è legata a bei ricordi. E la musica dei Cure ci si presta bene. Spesso è malinconica, anche se non è mai triste. Non è una musica che si rassegna, in particolar modo non dal vivo.
Il concerto parte un po' lento, ma mr Smith sa cosa fare, sa come animare la serata.
La scaletta non è carente, richiama un po' tutti gli anni di musica e di successi della carriera del gruppo. Una carriera mitica, senza dubbio.
I pezzi riempiono il palasport e poi il pubblico. La gente batte la mani, Robert Smith canta, è un tutt'uno. Il pubblico suona con lui e lo accompagna. E lui ride e la gente è felice. E' felice anche quella massa depressa di darkettoni e nessuno di loro vorrebbe morire, o, comunque, morirebbero felice e contenti con il sorriso sulle labbra e le lacrime di gioia dagli occhi.
E' un gran concerto. Robert Smith si concede al pubblico, il resto del gruppo sono comparse. Lui è i Cure. Forse non è bello per chi lo accompagna, ma al pubblico non interessa, nemmeno a me interessa. E poi il bassista con quei capelli rosso tinto sembra voler dire "iosonochissàchi!".
Smith fa le smorfie, abbozza strani balletti nel suo mondo fatato che stasera è uscito dalla sua testa per renderci tutti partecipi di come sia bello essere ragazzi immaginari.
Anche io sono stato ragazzo immaginario, per certi versi lo sono ancora, ma forse oggi sono troppo vecchio per esserlo del tutto.
Prima era diverso. Forse è il fatto che certi pezzi sono legati a certe parti della mia vita, a certi "eventi", soprattutto se poi Robert si mette a fare di fila FRIDAY I'M IN LOVE, INBETWEEN DAYS e JUST LIKE HEAVEN. E' una forzatura alle lacrime dei ricordi. Quelli che ti fanno pensare con un sorriso ebete e soddisfatto e ti riportano indietro in una vecchia automobile persa in mezzo al nulla insieme al primo amore, quello dei 18 anni, quando ti senti già uomo e pensi di spaccare il mondo, quando hai abbastanza conoscenze e ancora la spensieratezza dell'essere bambini. E' un'età strana quella lì... "Friday I'm in love", poi, era la nostra canzone, no?
Oppure ti getta ancora più indietro a cantare a squarciagola su una Vespa o su un "SI" Piaggio (più tardi anche sul mio scooter adorato, che dio l'abbia in gloria e che chi l'ha rubato possa fracassarsi la testa ad ogni palo della luce che incontra sul suo cammino) insieme ad un amico, stonando da morire e piangendo... stavolta per il freddo troppo intenso sul due ruote sparato a tutta gas! La lacrima ti scappa e va bene così.E Smith continua a cantare, cambia pezzi, e io mi chiedo WHY CAN'T I BE YOU? Eheheh! Battuta scontata.
E mi giro. Vedo Lei, labbra, al mio fianco. Sento in testa il capello che mi ha regalato, con quel biglietto che abbiamo "fatto finta" di regalarci per Natale. E' bella. Il passato fugge sulle note delle canzoni e lei rimane col suo sorriso e la sua gonna corta... ed il presente è bello così.
Mi siedo, mi godo la musica, mi alzo, ballo, canto, mi diverto. E sono soddisfatto.
Un gran bel concerto. Per dirla come Robert Smith...
GREZZIE!
28 dicembre, 2007
Quel lucido sciricco
Cammino. Cammino sulle mattonelle sconnesse, con i lavori in corso. Stanno sistemando la pavimentazione: era ora. Le viuzze strette del centro sembrano labirinti. Non ci sono più abituato, una volta ne conoscevo ogni palmo. La mattina, quando marinavo la scuola, erano il mio rifugio. Queste strade, i loro negozi, le botteghe degli artigiani, i mille bar e caffè, erano i posti che facevano parte di me. Queste case, le case "gialle", "lu leccisu". Primo conoscevo ogni piccolo buco per ragni di questo centro. Ho passato gli anni in queste piazze, in queste strade strette. Ricordo le mattine. Certe, volte, in estate, se ci si passa alla luce dell'alba, tutto assume un aspetto roseo, anche l'aria. Guardo le lavorazioni barocche. Vado a rendere il solito omaggio al ficus, nel giardino dell'ex conseravorio. E' enorme come lo ricordavo e ne sono compiaciuto, neanche fosse opera mia! Faccio un giro sul corso e poi al duomo, giusto per accertarmi che tutto ci sia ancora e che sia nello stesso ordine.
Al "Sedile" mi fermo a fumare. Controllo che i ragazzi scrivano ancora coi pennarelli i loro nomi e la data della loro "nnargiata" (trad.: quando si bigia la scuola): ok, tutto a posto. Le buone tradizioni non muoiono mai.
Piazzetta Castromediano me l'hanno rovinata. Che cazzo sono 'ste stronzate di vetro? Fanculo.
Questa città sembra molto più perbene ed anche molto più snob e bigotta di quanto la ricordassi. Sembra avere un'aria diversa da prima. Sembra più tagliente e strafottente, un po' insensibile. Ma qualcosa doveva pur cambiare, qualcosa stava già cambiando.
Seduto davanti l'anfiteatro romano guardo la piazza, dalla parte opposta a me c'è il Mc Donalds che rimarrà sempre un vero scempio sotto quel porticato. "Roba da bruciarlo" - penso. Ma gli atti terroristici non si fanno mai nei posti giusti.
Accendo un'altra sigaretta, guardo me e lei, i nostri anni, quelli da adolescenti, perennemente a rincorrersi, noi che passeggiavano mano nella mano, io con l'aria insofferente e triste, un po' maldestro, lei che si atteggiava da signorina, che se la tirava un po' (talvolta troppo). A pensarci ora viene quasi da ridere, ma era bello anche così. Ogni tanto mi viene da cercarla, tra la gente e frugo alla ricerca di qualcosa di conosciuto. Chiudere gli occhi, riaprirli e ritrovarsi lì, abbracciati, su uno scalino gelido del duomo, lei avvolta in lana verde mela e la borsa "pinko bag" stracolma di riba. Io col giubotto di pelle, una mano in tasca e nell'altra una sigaretta accesa. Un cane che puzza di pioggia che piscia dall'altra parte della gradinata e noi a parlare di un futuro che vola lontano in lunghe boccate di Chesterfield Lights. Eravamo felici? Qualche volta, ma ne valeva la pena. Chissà che effetto mi farebbe rivederla. Ora sono un po' più sereno. Sorrido senza amarezza, nei ricordi fermi del me stesso fermo sempre qui.
Penso a quella strana. Di lei non parlo spesso. Lei non sa. Lei la incontravo per caso e facevo sempre la figura del cretino imbarazzato. Ogni tanto, spero ancora che mi possa degnare di uno sguardo, così senza reali intenzioni (che, tra l'altro, non credo di aver mai avuto) e mi metto a ridere da solo. Che idiota sentimentale!
Ora c'è Lei, labbra, e mi sta bene così. Mi manca. Mi manca il suo calore ed il suo naso freddo, le sue mani ghiacciate che scendono dal collo sulla schiena e mi fanno bestemmiare e a lei ridere. Vorrei sapere cosa fa, vorrei vederla. Vorrei baciarla e che contaminasse questo posto che non mi ricorda il suo sapore.
Guardo questa città che mi sembrava così stretta, ora che la vivo da turista mi sembra più accogliente, ma la sensazione di soffocamento non è cambiata. Soprattutto in certe strade, in certi luoghi, in certi odori, in certi postacci dove uno studentello sbarbato non dovrebbe passare troppo tempo.
Sta diventando una città per "esteti" (ed estetisti), tutti così in ordine e perfettini, con le mutande Armani da bancarella e le rate accumulate. Gente da lobotomia pubblicitaria. Un po' mi spiace.
Il freddo è umido e l'umidità appesantisce l'aria, la rende più grigia e triste, stagnante e ferma. Il fumo sale lento verso la luce dei lampioni. Questo posto mi manca, ma non so proprio come viverci. Bah, sticazzi...
Al "Sedile" mi fermo a fumare. Controllo che i ragazzi scrivano ancora coi pennarelli i loro nomi e la data della loro "nnargiata" (trad.: quando si bigia la scuola): ok, tutto a posto. Le buone tradizioni non muoiono mai.
Piazzetta Castromediano me l'hanno rovinata. Che cazzo sono 'ste stronzate di vetro? Fanculo.
Questa città sembra molto più perbene ed anche molto più snob e bigotta di quanto la ricordassi. Sembra avere un'aria diversa da prima. Sembra più tagliente e strafottente, un po' insensibile. Ma qualcosa doveva pur cambiare, qualcosa stava già cambiando.
Seduto davanti l'anfiteatro romano guardo la piazza, dalla parte opposta a me c'è il Mc Donalds che rimarrà sempre un vero scempio sotto quel porticato. "Roba da bruciarlo" - penso. Ma gli atti terroristici non si fanno mai nei posti giusti.
Accendo un'altra sigaretta, guardo me e lei, i nostri anni, quelli da adolescenti, perennemente a rincorrersi, noi che passeggiavano mano nella mano, io con l'aria insofferente e triste, un po' maldestro, lei che si atteggiava da signorina, che se la tirava un po' (talvolta troppo). A pensarci ora viene quasi da ridere, ma era bello anche così. Ogni tanto mi viene da cercarla, tra la gente e frugo alla ricerca di qualcosa di conosciuto. Chiudere gli occhi, riaprirli e ritrovarsi lì, abbracciati, su uno scalino gelido del duomo, lei avvolta in lana verde mela e la borsa "pinko bag" stracolma di riba. Io col giubotto di pelle, una mano in tasca e nell'altra una sigaretta accesa. Un cane che puzza di pioggia che piscia dall'altra parte della gradinata e noi a parlare di un futuro che vola lontano in lunghe boccate di Chesterfield Lights. Eravamo felici? Qualche volta, ma ne valeva la pena. Chissà che effetto mi farebbe rivederla. Ora sono un po' più sereno. Sorrido senza amarezza, nei ricordi fermi del me stesso fermo sempre qui.
Penso a quella strana. Di lei non parlo spesso. Lei non sa. Lei la incontravo per caso e facevo sempre la figura del cretino imbarazzato. Ogni tanto, spero ancora che mi possa degnare di uno sguardo, così senza reali intenzioni (che, tra l'altro, non credo di aver mai avuto) e mi metto a ridere da solo. Che idiota sentimentale!
Ora c'è Lei, labbra, e mi sta bene così. Mi manca. Mi manca il suo calore ed il suo naso freddo, le sue mani ghiacciate che scendono dal collo sulla schiena e mi fanno bestemmiare e a lei ridere. Vorrei sapere cosa fa, vorrei vederla. Vorrei baciarla e che contaminasse questo posto che non mi ricorda il suo sapore.
Guardo questa città che mi sembrava così stretta, ora che la vivo da turista mi sembra più accogliente, ma la sensazione di soffocamento non è cambiata. Soprattutto in certe strade, in certi luoghi, in certi odori, in certi postacci dove uno studentello sbarbato non dovrebbe passare troppo tempo.
Sta diventando una città per "esteti" (ed estetisti), tutti così in ordine e perfettini, con le mutande Armani da bancarella e le rate accumulate. Gente da lobotomia pubblicitaria. Un po' mi spiace.
Il freddo è umido e l'umidità appesantisce l'aria, la rende più grigia e triste, stagnante e ferma. Il fumo sale lento verso la luce dei lampioni. Questo posto mi manca, ma non so proprio come viverci. Bah, sticazzi...
09 dicembre, 2007
Happy when it rains

Pioggia. Fuori c'è quel tempo grigio e la tapparella è un dolce crepitio.
Domenica. Poco traffico, calma, silenzio, voglia di fare nulla.
Lei, labbra. Il suo corpo sul mio a tenermi caldo, le sue mani su di me, abbracciati, lievi carezze, senza parlare troppo, che tanto non serve rompere il silenzio per essere felici.
Musica. Un album grigio, dolce, lento.
Sonno. Stanchezza malinconica, apatia tenera che mi culla piano.
No, oggi non mi serve altro. Mi basta questo... e mi sento bene. Oggi non m'importa d'essere in caduta libera... oggi rimango sempre a un metro da terra.
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