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05 settembre, 2011

Diunamorteapparente.

Tre del mattino. Il libro di semiotica caduto a terra da ore senza essere raccolto. Sudore tra le gambe, una sega tirata su davanti a un porno. Preparare gli esami per la sessione estiva comporta stress da sfogare e quando la tua tipa sta preparando diritto ed economia è normale giocare a cinque contro uno. Ultima controllata a facebook. La pagina di lei che sorride sulla foto del profilo. Una chiacchiera veloce con amici da social network su una chat fatta con gomma da masticare e un po’ di nastro adesivo. Gente che non dorme come lui o che prepara esami una settimana prima come lui. Ansia. Una sigaretta che si spegne piano nel posacenere, puzzando l’aria stantia dell’afa estiva. Le invia il messaggio della buonanotte. Il suono di un sms ricevuto dove viene ribadito che si sta finendo il credito. Tzè, si era illuso che fosse lei! Un bip che rompe la monotonia del traffico notturno e rarefatto dell’estate.

Le undici. Lenzuola bagnate di sudore e ronzio di ventilatore. Nessun rumore. Allunga un braccio cercando il cellulare. Nessun messaggio. Non si è ancora svegliata? Sorride pensandola mentre sbava sul cuscino. Ha bisogno di sesso, che lei lo calmi con quel suo modo di fare.

Accende il pc mentre corre al bagno. La pipì infrange l’acqua del water con soddisfacente fragore. Si lava faccia e denti. Prepara il caffè e addenta una brioche da discount. “Sciopero? Non sento il tram”.

Su facebook non c’è nessuno. Nessuna notizia. Nessuna notifica. Nessuno in chat. Nessuno su msn. Nessun rumore. “Possibile che non ci sia ancora un cane?”

La chiama. Squilla. Non si sveglia.

L’occhio si perde fuori dalla finestra. Auto ferme in mezzo alla strada. Un tram morto sui binari. Nessuno in giro, non un cinguettio, non un alito di vento. Nulla che si muova. Rimane la luce del sole a inghiottire il mondo fuori dalla finestra. Indossa la prima maglietta che trova dal mucchio sulla sedia. Scende in strada. Urla. Nessuno nelle auto. Nessuno nei negozi. Prende un motorino da terra. Fa un giro. Niente. Ansia che sale. Calore d’asfalto.

Va da lei. Suona il citofono. Nessuno.

Torna a casa. Riprova su facebook. Cerca su internet, nulla. Solo notizie del giorno prima.

Il sole è ormai sparito. Nessun rumore. Non si vedono stelle nel rossore dei lampioni, solo un’enorme luna, così vicina che se ne può sentire l’odore. La guarda. Non sembra essergli rimasto altro, nessuno, solo una luna così grande. Gli verrebbe da piangere se ci fosse da piangere. Poi qualcuno, qualcosa sguscia da dietro quella luna, dalla parte oscura che nessuno vede mai. Una forma scura che scivola a quattro zampe e gli sorride, con quel ghigno così infame. Scende giù, lungo i palazzi, come un ragno nero e umano. “Sta arrivando, sta arrivando a prenderti” – gli dice una voce in testa. Gli occhi strabuzzano mentre cerca di seguire la buia creatura dalla finestra, perdendola ogni tanto nell’ombra. Corre, corre alla porta di casa, la chiude, infila il fermo. Chiude le finestre, le serrande. I passi come colpi di martello che irrompono sul palazzo. Vetri infranti. Il palazzo che trema. Un urlo angosciante. L’odore del nulla sale le scale nel frastuono di quei passi, di quei colpi che quasi buttano giù la porta. Si fa piccolo piccolo, si accuccia. Si alza di scatto. Urla.

Si sveglia.

Nessun rumore. Corre su facebook, controlla il cellulare. Nessuno. Niente caffè. Niente pisciata. Non c’è tempo. La chiama, non risponde. Controlla la mail.

Un invito da lei per Google+. Un sospiro di sollievo. Il “mondo” continua.

* * *


Regolamento concorso
La casa editrice CastelloVolante, in collaborazione con zop.splinder.com, indice un concorso letterario gratuito aperto al popolo della rete (blogger, facebook, twitter, ecc.).

Partecipazione
Per partecipare occorre scrivere un racconto di massimo 3500 battute che abbia come tema Facebook. Il racconto va pubblicato sule proprie pagine web (blog, siti personali, facebook, ecc.) con il link al bando di concorso, oltre che inoltrato via mail in un documento word allegato ( times new roman 12, in formato .doc o . rtf) a cristina@castellovolante.com o zop@castellovolante.com, con oggetto: FACEBOOK STORIES. Chi non possiede un blog o una pagina web personale può partecipare comunque inviando il racconto via mail.

Scadenza
I racconti dovranno pervenire all’editore entro il 30 settembre 2011.

Premi
I migliori componimenti, a insidacabile giudizio della casa editrice, saranno pubblicati in un eBook e distribuito gratuitamente da CastelloVolante con uscita il primo dicembre 2011 nella collana “I fiori del web”.

12 maggio, 2010

Sognando di me. Atto II

Parcheggio l'auto.
Non sei ancora arrivato.
Quante volte abbiamo parlato su quella panchina davanti a me per ore e ore, con le chiacchiere fino a tirare su il sole da dietro quella vecchia scuola. Far mattino è una delle nostre specialità.
Una cosa che mi ricordo sempre è quando, alcune mattine, un soffio di tramontana ci portava l'odore del pane. Non so perché, è un bell'odore da associare a due vecchi ragazzi che ridono con gli occhi gonfi e rossi di sonno, scavati dalle occhiaie e che continuano a ridere ancora o a raccontarsi storie vissute e un po' troppo depresse. Non che facesse differenza. L'odore del pane è l'odore del pane.
Scendo. Lo sportello sbatte alle mie spalle e il click della chiusura centralizzata m'insegue mentre mi allontano di un paio di passi.
Accendo una sigaretta comprata al distributore automatico della stazione di benzina all'ingresso del paese. Mi ha fregato venti centesimi. Bestemmiamo contro il proprietario? L'abbiamo fatto spesso. Sorrido.
Quanti anni sono che ci conosciamo? Non li ho contati, non ne ho avuto il tempo, non credevo ce ne fosse bisogno. Ora vorrei scrivere un numero però. Così, per sapere dove comincia e dove può finire un'amicizia, per porre dei limiti, dei paletti, per non osare oltre.
La realtà è che sono troppo orgoglioso per ammettere di aver superato quel perimetro. La realtà è che hai cagato fuori dal vaso anche tu e io sono venuto a calpestare quella merda, non a ripulire il tutto. Stavolta no, non so se ce la faccio. Non posso. Ho cercato di spiegarti il perché. E' sempre stato semplice salvarci le chiappe a vicenda. Siamo stati dei buoni amici. I panni sporchi li lavavamo in casa.
Vorrei capire che cazzo ti passa per la testa.
Una volta mi era più semplice. Iniziavi una frase e io la continuavo come tu sapevi che l'avrei portata avanti, rubandoti le parole di bocca. Poi la finivi tu, nel modo in cui io pensavo fosse giusto. Esattamente come pensavi tu. Era questione di qualità. E giù a ridere.
Vorrei saperti dire cosa non va in me e in te, amico mio, ma non sapremmo ascoltarci o come finire le frasi, dove andare a parare coi predicati.
Certe volte non capisco. E' che non ascolto. Non ti ascolti. Siamo due cinici bastardi e sorrido scalciando una pietra lontano. E' uno di quei sassolini rotondi che formano lo spazio per le giostre, da quando hanno rifetto questa piazza. E' deserta anche stasera. Solo un paio di cani che si rincorrono. Li chiamo, ma non vengono più. Questo sogno è un po' triste.
Parcheggi quasi di fronte alla pizzeria. Non so perché, non che non ci fossero posti liberi, giusto un paio di macchine. Parcheggi la Clio a una certa distanza forse. Fai il giro per chiudere, non hai ancora aggiustato la serratura e non credo tu abbia intenzione di farlo. Mi chiedo come tu sia riuscito a metterlo in moto quel caro vecchio macinino.
L'aria è più densa del solito, non credi anche tu?
Rimaniamo in po' fermi, senza guardarci, a crogiolarci in quest'atmosfera da momento già vissuto.
Poi ti avvicini con quell'aria un po' non curante, sforzandoti di non ridere, come fanno i bambini che sanno di aver commeesso una marachella per la quale non verranno sgridati, magari neanche scoperti. "Che faccia da culo!", mi viene da pensare, poi vorrei abbracciarti, ma il mio è un sogno triste.
Ti dondoli un attimo davanti a me, ci guardiamo per salutarci. Tu ridacchi tra te e te. E io faccio un sorriso striminzito, perché ancora so cosa stai pensando, o almeno ho qualche ipotesi. Stai facendo lo stesso.
Ti siedi.
I cani si avvicinano di qualche metro, ci girano intorno, vanno via.
Vorrei dirti che sei uno stronzo. Vorrei dirti: "oh, compa', certe volte sei proprio una merda". E poi riderci su. Ma io lo so che sto sognando, perché sono in quella parte di sogno tra la veglia e il dormire. Quella parte in cui i sogni puoi decidere come vanno a finire. E io lo so come va a finire e non ho voglia di parlartene. Diresti che esagero un po'. Avresti ragione. Penso troppo, certe volte col cuore, certe volte m'impunto. Certe volte fai le guerre inutili solo per allontanare la gente. Poi ti domandi come tu stia facendo a diventare un cuore freddo, io ricerco un modo per non prenderti a calci in pieno volto.
Sono incazzato, spengo la sveglia e mi tiro su. Sospiro. Non va tutto troppo bene.

Sognando di me. Atto I

Il bar è a quattro passi. Dieci minuti a piedi. Siederemo fuori per poter fumare. Fumi sigarette ora? Non più quelle rullate col tabacco? Te lo puoi permettere, suppongo. Boh! Hai tagliato i capelli. Questo l'ho notato quando ti ho vista. Balli sempre un po' strano, sai? Si, anche io, credo. Non credo che siamo molto portati. Ahahah, magari si. Sei dall'altra parte della strada, di spalle. Magliettina nera, coprispalle. Hai freddo? E' così un bel pomeriggio di sole. Occhiali scuri, di quelli enormi, fumi ancora tabacco. Stai chiudendo una sigaretta. L'accendi.
Ti guardo un po' prima di incontrarti. Mi sudano le mani come se fosse un appuntamento. Il sole ti batte dietro. Allungherebbe la tua ombra sottile e ossuta all'infinito se potesse. Labbra rosse e caschetto nero, appoggiata alla ringhiera del marciapiede, la borsa appesa alla meglio, con non curanza, come un maschio. Boccata di fumo che si perde tra i palazzi e i clacson. Guardi un ragazzo col cane. Non ti frega del ragazzo, si vede. Ti piace quel piccolo cagnolino biondo, dal pelo cortissimo e lo sguardo stupido. Lo so perché tra poco lo noterò anch'io. Boccata di sigaretta, guardi l'ora.
«Ciao sorella!»
«Ciao fratello, come stai?»
«Bene. E tu?»
«Bene».
Il discorso si potrebbe chiudere qui. Di sicuro sarebbe un buon inizio, un inizio sicuro, uno che sappiamo già.
Novità? Si, avremmo così tante cose da dirci e così poco tempo. Così spesso finiamo per parlare di cose delle quali, a pensarci bene, non ce ne frega poi tanto.
E' che non parliamo da un po'. Invece adesso ci sediamo qui, al bar, finalmente.
«Cosa prendi?»
«Non lo so... un thé freddo».
«A te non piace il thé freddo».
«Già».
E' che vorrei un caffè in ghiaccio, ma qui non lo sanno fare. Rullo una sigaretta che finisce troppo in fretta col sapere di nulla. La spengo schiacciandola con forza col pollice nel posacere, finché non esala il suo ultimo sbuffo di fumo e la brace viva non si spegne.
Non ti sto nemmeno ascoltando. I rumori della strada stravolgono tutto: gli autobus, le macchine, la gente. Corrono quasi tutti. Riesco a sentire il suono della lampadina che si accende sul semaforo quando cambia colore, la guardo, poi ti guardo, annuisco. Se così lontana. Non ti sento quasi più, stai diventando un brusio. Vorrei afferrarti la mano, stringerla, ma so che si spezzerebbe. Sto diventando pazzo.
Avrei voglia di parlarti anch'io, di farmi capire. Mi limito a sorriderti, annuire, dire qualcosa ogni tanto. Avrei una gran voglia di litigare. Ma non ha tanto senso.
È che io non ho che vorrei tanto farmi capire. Vorrei sentirti, vedere i tuoi occhi lama accendersi e trafiggermi per rincarare la dose e dirti come sto.
Il problema è che mi sto svegliando. Ho riconosciuto il tram sotto casa e la luce del sole sta entrando nella stanza, mi scalda il corpo.
E mi viene voglia di non respirare aria viziata, ma l'aria fuori da questa camera.
Ciao Charlotte, al prossimo sogno.

26 aprile, 2010

Gusci in gelatina

Si guarda allo specchio senza riflettere, di passaggio. Non senza malizia, ma senza lo stesso fascino. Se le guardi, Lei e quella dello specchio, sono identiche, entrambe scocciate. Si guardano il giusto, non di più. Sono tutte e due innamorate di se stesse e l'una dell'altra, ovviamente. Solo che se le vedi, lì, allo specchio, nessuna delle due riflette più l'altra. Sembrano due amanti di lunga data che si conoscono così bene e non si conoscono più, che non si divertono più insieme, che si guardano, ma davvero mai più del necessario. Sono innamorate di loro stesse e loro stesse sono la stessa persona. E quella persona non capisce bene se stessa, forse non si piace più.
La vedi che esce dall'ascensore ogni mattina, ogni mattina un minuto prima. Perché è nello specchio dell'ascensore che si è guardata. In quello del bagno si è specchiata, vi si è truccata davanti, si è pettinata, ha controllato i dettagli. Non quelli troppo futili. Lei è una donna e lo sa.
Nell'ascensore ci è entrata già pronta per la dura giornata, o quasi. Un'ultima sistemata alla gonna o alla giacca. Una prova di sorriso. Occhi negli occhi, non uno sguardo di più. Del resto non è poi così tanto il tempo che ci mette l'ascensore. Quando va bene c'è un piccolo difetto da aggiustare e così poco tempo! Quell'ultimo ritocco con la valigetta tenuta tra le caviglie o la borsetta incastonata in un gomito.
Quando quei secondi scorrono lenti, invece, si guarda un attimo. Tutto ok. Guarda dall'altro lato: lo scorrere dei piani, le proprie scarpe. Poi le occhiaie. Uno sbadiglio. Cerca le cuffiette del suo i-pod nella borsetta, le districa. Oggi un pezzo veloce... rabbioso, grintoso. E poi, magari, invece, quella canzone lì. Quant'è lungo, alle volte, il tempo in ascensore.
Rimane lì a fissarsi, occhi negli occhi, nel torpore rabbioso di un lunedì mattina. Digrigna i denti in un gesto di cui non si rende più conto.

Charlotte è uscita dal proprio guscio. Ha rotto il bozzolo nero e si è trasformata in donna, con quella voglia enorme di dimostrarlo, di far vedere ancora una volta quant'è forte, quanto è in gamba, che lei può. E lei può, non c'è dubbio. Chi ne avrebbe a guardarla bene? Bella è sempre bella. Risoluta è risoluta. Eppure a ben guardarla... sarà il taglio più severo della bocca, più cucito. Sarà quella smania di lotta, sarà l'istinto da predatrice. Sarà quel sentirsi sempre troppo preda.
Poi la guardi bene è quasi riesci a intrevedere che cos'è che ha perso. Però la devi guardare bene, con la giusta luce. La devi "capire", la devi "interpretare". E allora vedi che ha perso quel suo strepitoso potere che le dava quella luce particolare agli occhi. Era qualcosa che la rendeva più umana. Sapeva spendersi di più per gli altri.
Ora ha meno tempo. Forse non è nemmeno una questione di tempo. E' una questione di qualità.
Il pellicciotto nero è dismesso e anche quando è indossato sembra un po' troppo sgualcito, come quel trucco nero che non è mai significato nulla, ma che ora significa un po' meno. E non è che non vada capita, compresa. Il problema è che il tempo in quell'ascensore è troppo lento. E per capire una persona un po' ce ne vuole.
I pensieri in testa scorrono alla rinfusa tra un vorrei, un potrei, un amerò. Certe volte manca l'aria in ascensore, anche in quelli con lo specchio. Si sospira affonnosamente. Non c'è tempo per i compromessi, c'è solo la voglia enorme di essere eccelsi. E si cade giù in se stessi quando ci si scotta col sole.
Poca voglia di capire il significato delle cose. Ogni tanto viene voglia di rompere gli specchi. Poi si pensa ai sette anni di sfiga e si sorride amaramente di fronte ad una realtà poco inebriante.
3° piano. 2° piano. Quasi arrivata. I sapori di tavole straniere sono pronte ad accoglierla all'uscio della strada. Chi non ha tempo, comincia a cucinare presto.
1° piano. Arrivo. Esce di fretta, quella fretta un po' incostante col sapore ancora dell'inverno, alla ricerca di nuove primavere, rincorrendo le vecchie senza un senso ben preciso. Musica nelle orecchie. Strano come non sia quella che ci si aspetta, quella musica smagrita e invecchiata.
Il portone sbatte alle sue spalle, i tacchi battono sul lasticato. Le macchine passano e i clacson innervosicono. Qualcuno parla ad alta voce.
Tutto si guarda con occhi ovattati, con poca voglia di parlare e col desiderio di fuggire via per poter dire di essere capace, di essere incazzata per un motivo ben preciso, per sentire mancanze, per provare qualcosa.

14 marzo, 2009

Sciocchezze

Un giorno ho incontrai un uomo. Era un bell'uomo, ben vestito, bel sorriso. Sicuro, serio, affidabile. E le mani! Si, le sue mani erano perfette e non tremavano! Si può capire molto dalle mani delle persone. Aveva un viso così sereno, sembrava giovane, di quell'età indefinita dei denti belli da pubblicità.
Si sedette accanto a me, su una panchina scomoda del parco, sotto uno di quei pioppi grandi. Questo sotto cui mi siedo io è un po' meno grande. Mi piace perché è un po' mal ridotto. Qualche mese fa è stato preso da un fulmine e una parte è bruciata.
L'uomo mi chiese il nome. Poi disse:
"io sono il bene. Se seguirai le mie leggi sarai felice. Lo so, sono tante - aggiunse sospirando, mentre tirava fuori un grosso libro che sembrava uscito dal nulla e da chissà quale tempo, tanto sembrava antico - ma se le seguirai, se le seguirai tutte, fino in fondo... beh, amico mio, sarai soddisfatto".
Presi il libro. L'uomo sorriso ancora, si tocco il cappello in gesto di saluto intanto che s'alzava e si incamminava nel viale pavimentato del parco, prima di scomparire.

Cominciai a malapena a sfogliare il libro, quando da dove se n'era andato il primo, si avvicinò un altro uomo, con gli occhi immensi, occhi che sembravano avere pianto tanto e visto il mondo, occhi che sembravano aver conosciuto la gioia e l'amarezza. Aveva le rughe intorno a quegli occhi ed anche intorno alla bocca. La barba era vecchia di qualche giorno. Sembrava... vissuto. Oh si, era uno di quegli attori da scena da film di guerra in cui l'eroe è lui e lo riconosci perché ha vissuto ed è vissuto!
Mi guardò negli occhi e senza nemmeno salutarmi cominiciò a parlare del tempo, della primavera che stava per arrivare e del freddo che ancora si faceva troppo sentire. Sorrise di una gioia forse un po' amara, ma una gioia vera, una gioia che non faceva parte di me e che non gl'importava condividere, sebbene lo stesse facendo senza pensarci. Non mi chiede nemmeno il nome e ad un certo punto disse:
"Brav'uomo, io sono il male. Bevo, rutto, sono maleducato e dico sempre quello che penso, anche quando è sconveniente, soprattutto quando è sconveniete. Il male, che possa lavorare alle tue spalle o venirti dritto come un treno, è sempre brutto come un pugno in faccia. Con me la vita dura meno. Io non ho leggi e me ne sbatto della felicità tua e forse pure della mia, c'è troppo da vedere e da usare a questo mondo per perdere il tempo a chiedersi cosa sia la felicità".
Non so perchè ma il suo discorso mi sembrò abbastanza... democratico.
"Io voglio essere libero. Pago le conseguenze di quello che faccio o prima o poi le pagherò, ad ogni modo... vivo".
Poi si mise a ridere, mi strinse la mano e se ne andò ridendo e saltellando tra l'erba, nel prato ingiallito dall'inverno e umido di pioggia. Prese a piovere così, una pioggia sottile, mentre lui apriva le braccia al cielo e si faceva scorrere la pioggia addosso, prima di sparire dietro un cespuglio.

15 febbraio, 2009

Departures

Cosa ci sarà mai da guardare nel fondo di un bicchiere? Lo alzo, bevo l'ultimo sorso di succo di frutta e ci guardo dentro, mentre il liquido lo macchia. E guardo oltre, guardo attraverso il vetro e quello della vetrata dell'aeroporto e, dopo, quello della finestra di casa mia. Incontrerò le stesse stelle che guarderai tu? Uso il bicchiere come un cannocchiale. Quale sarà l'aereo? Non ha troppa importanza. Conto il tempo.

Mi chiedo cosa stai pensando. Mi importa sempre quello che pensi, anche quando un po' ti odio, anche quando dici stronzate. Il tuo mistero è nel convincere il mondo che puoi andare avanti senza un bottone e spassartela lo stesso sui tappeti rossi.

Charlotte avrà ripiegato il suo pellicciotto nero in uno scatolone o in una valigia. Non lo so nemmeno. L'avrà piegato con cura, non troppa, e poi gettato un po' così, alla rinfusa, tra i vestiti e la collezione di scarpe, perché è nel suo stile. L'ha messo da parte per serate più mondane, tra le lacrime delle certezze che si mischiano a quelle dei dubbi. E alle nostre. I singhiozzi pesanti bisogna mandarli giù, a ravvivare il bruciore di stomaco e il groppo in gola.

Charlotte qualche volta prende le occasioni al volo.
Charlotte qualchevolta è così, denti stretti e pugni serrati anche coi lacrimoni agli occhi, mentre cresce ancora un po'.
E' una tosta, Charlotte, spesso, non solo qualche volta. Lei piange solo quando lo decide lei.
Noi siamo gente col cervello vuoto e in frantumi da un pezzo, siamo quelli che non sanno dire bene: "mi mancherai". No, non nei modi giusti almeno. Non che serva a molto. E poi lei sa. Sa di essere importante, che le occasioni si prendono con un volo all'ultimo respiro di emozione. Sa che il pittore innamorato aspetterà, sa che Pindaro ne parlerà ancora nei suoi racconti e che Agata la terrà stretta anche se sarà lontana.
Piangiamo un po' tutti senza bagnare di una sola lacrima il mondo di chi ci guarda. Sorridiamo, tra le battute al vetriolo che non fanno male, ma che ci potremmo risparmiare, ma è una valvola di sfogo.

Charlotte è un po' il collante. Adesso è il tempo dell'ognuno per sè, perché sappiamo di averne bisogno, anche se non ci farà bene.
O forse ci scalderemo l'un l'altro nell'attesa, un po' ci spero.
Aspetteremo la farfalla. La ragazza col pellicciotto nero ha risvoltato il capo e ne farà seta d'oriente. Un guscio perfetto di seta viva, mentre i pensieri volano lenti, più in alto di lei. I mesi passeranno in fretta. Ci saranno scossoni. Sarà dura. Passerà, saremo forti... ce la metteremo tutta almeno. Charlotte salderà i palmi e conquisterà nuovi orizzonti. Lei ce la fa, noi ci arrangeremo, vedrai ragazza, perciò sorridi.

Pindaro un po' piange, sai ragazza? Anche Pindaro qualchevolta piange. Quel qualchevolta ci lega un po'. Ma non voglio che tu sappia che Pindaro qualche volta piange, sai? Pindaro vorrebbe essere un duro coi denti stretti e i pugni serrati. Ma tu hai il tuo pellicciotto da combattimento e la matita nera per truccarti gli occhi, io al massimo vesto sorrisi e sogni. Prima o poi, prima o poi... intanto pensaci tu, tu che ce l'hai le armi giuste, tu che non avrai tutte le risposte, ma sai fare le domande con la faccia da culo.
Pindaro l'onirico si sa adattare. Ho imparato. Proverò a non distruggere tutto, a tenerti tutto in caldo.
Mi mancherai.

Ma le ore volano e tu già guadagni tempo e un po' lo perdi, quel tempo che - in fondo lo sappiamo per davvero - va sempre troppo di fretta e ogni tanto non ci da tregua o un respiro per gustarci le cose.
Insegui il giorno come una notte dolce.
Aspettiamo tutti la farfalla. Torna presto.

09 maggio, 2008

Primavera

Quando mi sono svegliato ero in chiesa.
E' un edificio alto, credo una chiesa moderna, perchè non ci sono tutte quelle cose tipo affreschi o statue o cose così. E' come un hangar o qualcosa di simile, cioè... è un edificio alto, di quelli in prefabbricato di acciaio e cemento. Non è una chiesa molto figa. Probabilmente, vista da fuori, direi: "che è 'sta merda? Pare una pagoda preconfezionata e senza merletti che la rendano figa".
Io non amo le chiese, non sono un credente e non sono un tipo da messa, ma l'arte mi affascina (anche se non è che me ne intendo, ma ho buon gusto, almeno secondo il mio "inappelabile" parere). Bestemmio e non ho alcun rispetto per la fede altrui, semplicemente perchè... non m'interessa. Io e dio (come anche io ed io) ci stiamo indifferenti vicendevolmente già da un po'. Io non rompo il cazzo a lui (tanto quando impreco, lui sa che non ce l'ho con lui e che può farsi i cazzi suoi) e lui non rompe il cazzo a me. E, poi, LUI non esiste e, anche se esiste, non vedo perchè dovrei vedermela con LUI, visto che non credo in LUI. Che poi potrebbe tranquillamente essere una LEI. E, forse, in questo caso, la cosa potrebbe anche procurarmi dell'interesse, voglio dire... una dea... beh, avrà un certo sex appeal , no?
Ma torniamo a noi.
La chiesa è grigia, un po' buia, tranne dove entra la luce, dalle vetrate in alto, colorate, a raffigurare sui muri larghi e grigi, figure sbiadite di santi. Ma fuori il tempo deve non deve essere buono, non entra tanta luce e, dei santi, rimane solo uno spettro confuso.
Non ci sono candele. Ci sono solo quelle stupide lampadine a forma di fiamma. Imitazioni elettriche per una realtà che non si può permettere calore reale.
In fondo c'è la croce. Una croce enorme, di legno scuro, che domina sull'altare, col Cristo di metallo. Sembra una persona immersa nel ferro fuso. E sembra soffrire. Cioè, se non avesse quell'espressione sgomenta, se quel viso fosse meno turbato, probabilmente darebbe una qualche speranza in più. Forse sembrerebbe al massimo un tipo rivestito di carta stagnola, più che dare l'idea di uno immerso nel metallo bollente. Ma ognuno porta la sua croce, anche le icone sacre. Rendere più pesanti le croci delle statue, forse, fa sì che le croci di ognuno risultino una carogna più magra da portarsi appresso. Magari il mistero della croce è tutto qui, racchiuso in una filosofia da falliti.
Non ci sono navate. Ci sono due file di banchetti di legno chiaro. Un paio di confessionali che sembrano di qualche secolo fa, scuri e molto meno semplici del resto dello spartano arredamento. Un piccolo parallelepipedo in metallo, vicino ai due gradini dell'altare. Un modo per spillare soldi e pulire la coscienza: una scritta "offerte".
Non un grande altare. Accanto alla tavola liturgica una fila di sedie per lato, dietro tre poltroncine rivestite di stoffa rosso scuro, gli schienali alti, non danno l'idea di essere comode, troni ecclesiastici angusti. La poltrona centrale è un po' più grande. E' tutto molto semplice. L'ara è lineare, senza fronzoli, come tutto, a parte per i confessionali. Ma quelli sono il vero potere. Il potere va esaltato, per incutere timore, per risaltare le tue colpe, per dar loro un peso.
Non sono senza macchia, ma non andrei certo a dire i miei peccati ad un pirla vestito da boia senza cappuccio e che mi dice che tutte le mie colpe mi saranno assolte con dieci ave maria e/o venti pater noster. Conosco mio padre... e nemmeno lui è mai stato un sant'uomo. E non credo certo nella fratellanza dei popoli, soprattutto se prendo in considerazione quanta gente mi sta sul cazzo e quanta ne prenderei a sberle, preti in primis.
Mi chiedo cosa diavolo ci faccio qui, nel mezzo di una chiesa. Mi guardo intorno, per quanto riesca a muovermi. Nelle file di banchetti davanti a me, a destra e a sinistra ci sono persone in ginocchio, che pregano. Figure scure, vestite di nero, ma senza borchie, non come piace a me, non come quando si va a ballare. Più come un funerale.
La gente piange. E' un pianto sommesso, lamentoso, ma senza troppa verve.
La gente mi passa accanto, qualcuno si fa il segno della croce, un prete entra, parla, ma non capisco ciò che dice. Capisco solo che è latino. Io col latino non ci sono mai andato troppo d'accordo. Recita la messa come una litania, una ninna ninna poco entusiasta. E anche il prete nella sua tonaca è un estraneo. Qui non c'è nessuno che conosco, non una figura girata di spalle, non una dei tanti volti senza volto che mi si avvicina.
Dovrei aver paura, ma non tremo, sono calmo, per nulla scosso, solo curioso. Curioso di sapere cosa ci fa questa gente qui, cosa ci faccio io qui. Dovrei piangere? Dovrei ridere? Dovrei urlare?
Vorrei imprecare, chiedere, domandare, ma non lo faccio. Semplicemente osservo.
Mi guardo intorno. Vedo fiori non troppo vivi, dai colori troppo spenti, qualcuno già troppo appassito per essere vivo. Vedo una donna, che mi si avvicina e non è che si capisca molto che è una donna, vedo le panche più vicine a me, vedo i contorni di legno tutti intorno, poi capisco.
Vedo la sagoma della bara, vedo le vene del legno scuro che mi avvolgono, vedo il prete che benedice, sento le mie bestemmie salire fino al cervello, poi più in alto, fino a sfondare il tetto di questo posto. Ma nessuno ascolta, nemmeno io ascolto, non c'è voce, non c'è brivido e mi calmo. Non ho paura, non sento nulla, sorrido. E' uno scherzo? E se non lo fosse? Certo, sarebbe bello sapere almeno come sono giunto fino a qui, come sono arrivato a questo punto, fermo immobile, come riesca a guardare la gente, se ho gli occhi aperti o se li ho chiusi. Solo dettagli, dettagli senza importanza. Non devo avere paura. E non ne ho. Sono calmo. Calmo, senza luce, senza tunnerl, senza anima. Forse è questo che servono i vermi, a cavare il corpo per far uscire l'anima. Ma non credo esista un anima, non sono convinto che esista un dopo.

Poi una voce, un urlo dall'esterno, una voce lamentosa, stridula, affannata, di pianto e spavento. Mi sveglio. La voce continua, sono fuori, sul balcone, il calore del sole di un bel giorno di primavera alle dieci e mezzo del mattino, una brezza serena, una zaffata di smog che risale dall'asfalto fin al quarto piano. Una donna per strada è stata scippata, grida aiuto, un ragazzo sta correndo, prima di essere fermato, quasi linciato, poi arrestato.

Vorrei svegliarmi o riaddormentarmi, ma è tardi, devo studiare.

03 gennaio, 2008

Punto e a capo (-danno)




















Strano modo di festeggiare il Capodanno: il freddo metallo della canna di una pistola appoggiato alla tempia. Fuori, lo stesso freddo, lo si sente nell'aria dell'ultimo dell'anno, tra la gente con le gote rosse per l'alcol e il gelo delle notti invernali. Io, lo stesso freddo lo sento dentro. Il cuore non mi batte a mille per la paura come, invece, dovrebbe, niente adrenalina, calma piatta, come se fosse una costante routine. E' strano, non credevo sarebbe stato così.
Potrei raccontarvi tutta una lunga storia deprimente sul perchè sono qui, ma non credo sarebbe poi così esatta. Cioè, voglio dire, quando qualcuno si sta per ammazzare e racconta la propria storia... beh, ecco... si aspetta sempre che la gente lo compatisca. E' una sorta di ultima speranza a cui aggrapparsi, chiaro? E, voglio dire, per avere questo grande risultato - lo scatenare cotanta, pietosa emozione - nessun suicida si sognerebbe mai di rivelare anche i particolari scabrosi, quelli che lo hanno portato a odiarsi tanto, a odiare la vita, guardare tutto con un disprezzo tale da... da non provare più alcuna emozione. Lo scatenare un'emozione negli altri, quella sensazione di calore che spinge il prossimo a cercare di salvare qualcuno, a spiegargli che c'è sempre una soluzione per tutto... bah... soluzioni... Il proiettile in canna è l'ultima soluzione che conosco, l'ultima che mi è rimasta, un rimedio per tutto, un caldo buco in fronte, una pallottola bollente di freddo metallo.
Il brutto delle mie emozioni è che non capisco più se siano mie e un prototipo studiato e preconfezionato. Io non mi emoziono, io penso ad emozionarmi. E' questo che rende vuote le persone. Ho cercato di spiegarvelo.
Potrei cercare di salvarmi, dare la colpa a qualcun'altro. Facciamo una lista:
- i miei genitori,
- quello stronzo di mio fratello che se n'è uscito con un sms con scritto "auguri",
- una stronza che non mi da la minima emozione,
- gli amici che ormai hanno una loro vita,
- un lavoro che odio,
- una sensazione di fallimento dilaniante, l'unica che questo mondo riesce a farmi provare.
Che diavolo dico? Nulla, stronzate. Ve lo dicevo, no? Si cerca la compassione altrui. Ma non è così che deve funzionare, non se uno vuole andare fino in fondo. Se uno vuole farla davvero finita, deve stare calmo, svuotare la mente. Se la pallottola partisse mentre un suicida piange, beh... - credetemi - la sua morte sarebbe solo un incidente di percorso, un percorso triste che non l'ha portato a nulla. Non è il fallimento a farti venire la voglia di farla finita, non l'odio, non è la solitudine. No, niente di tutto questo.
Quello che ti porta ad ammazzarti è un cuore senza palpitazioni, il vuoto, il nulla e, soprattutto, la noia. Il resto... il resto sono sensazioni a cui aggrapparsi, con unghie e denti, ad una vita disperata, salvandosi per il rotto della cuffia, all'ultimo secondo. Eterna salita e discesa... come sulle montagne russe, ma non è questo che voglio.
Io non voglio un'emozione. Voglio solo... "passare il tempo", se capite il doppio senso.
Davvero, io non sono tagliato per rimanere su questo mondo (quest'ultima frase sembrerebbe dare per scontata l'esistenza di un'altra vita). Se fossi un personaggio da romanzo sarei un perfetto inetto alla Mattia Pascal, o qualche Zeno dissennato.
Molti pensano che il suicidio sia un atto di viltà. Ma io non sono un codardo, se no, vi assicuro, me la sarei già fatta addosso, tanto mica serei io a pulire.
Seneca pensava che sia giusto ammazzarsi quando si capisce che non si ha nient'altro da fare: io ho finito, non mi va, non ho voglia. Non mi manca la forza, è che... non so cosa fare.
Forse non ci crederete, ma ci sono studi che provano che ci si suicida di meno durante i periodi di guerra. Evidentemente, durante gli scontri c'è sempre un gran da fare. Invece, ci si suicida parecchio la domenica. Pare che in alcune città si sia deciso di tenere aperti i negozi anche nel "giorno del Signore" (e molti è proprio dal Signore che tentano di andare, magari per dirgli un paio di paroline prima di farsi sbattere all'inferno) anche per ovviare a questo spiacevole "inconveniente". Si, insomma, teniamo occupati questi annoiati aspiranti suicida! Tze...
Poi ci sono quelli come Durkheim che cercano le ragioni del suicidio. Come se tutto dipendesse dagli altri. Divideva il suicidio in tre categorie. Ricordo quel fottuto esame di sociologia che mi costò mezza estate qualche anno addietro: "...il suicidio egoistico è quel fatto sociale in cui il soggetto perde il legame con la società che lo circonda. Il soggetto tende, cioè, al rifiuto verso il sistema sociale di cui fa parte e rinuncia ad esso. Nel suicidio altruistico, invece, l'attore sociale sacrifica la propria esistenza per la coesione del gruppo o per salvaguardare parte dello stesso. Il suicidio anomico è provocato, altresì, dal decadimento di una determinata società. Il venir meno di un quadro di riferimento provoca, nell'individuo, una sensazione di disorientamento che lo spinge a togliersi la vita...". Bla bla bla... a che cazzo serve sapere queste cose? A suicidarsi, mi pare ovvio, no? Bisogna sempre sapere quello che si sta per fare.
Se state pensando che io sia un folle, credetemi, non avete mai avuto così tanta ragione in vita vostra... o in morte vostra. Voglio dire sto facendo questo assurdo brindisi davanti a voi, cari commensali. E siete solo dei cadaveri. Forse non sapete nemmeno di esserlo. Quanti siete? Vediamo: uno, due... bah, facciamo una ventina? Ho invitato solo voi "intimi". Intimi che poi, alla fine, della maggior parte di voi non so praticamente nulla. Non so, per esempio, qual è il vostro colore preferito? Cosa vi piace bere? Chi è il vostro miglior amico? Come si chiama il vostro cane? Insomma, tutta quella serie di stronzate che davvero dicono chi siete, non mi frega se vestite griffato per evidenziare il vostro conto in banca, quanto è costata la vostra auto, quanto costa allevare vostro figlio. I soldi. Date così tanto valore al denaro. E stasera avete mangiato e bevuto a spese mie, e bencontenti di farlo! Signora, la prego, tolga la testa dal brodo.
Domani i giornali titoleranno strillando a gran voce: "STRAGE DI SAN SILVESTRO", "DELIRIO DI CAPODANNO".... e stronzate del genere. Per qualche morto in più nel mondo. Quanta gente muore ogni giorno? Ma noi cerchiamo chi muore in modo sensazionale, spettacolarizziamo ogni dettaglio macabro. Che sia una sorta di esorcismo? Baggianate, ecco cosa cerchiamo.
E oggi ho deciso di fornirle, con portate perfette, servite su vassoi d'argento.
Ora, prima che il veleno col quale siete crepati faccia effetto anche su di me, vorrei proporre un ultimo brindisi. Alla vita e alla morte, tutto ciò a cui bisognerebbe guardare senza occhi, ma solo col cuore (lo ammetto, me lo sono preparato).
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno e...

05 ottobre, 2007

Equazione imperfetta

Mi chiamo Giorgio Catri e oggi, per la quarta volta sono stato bocciato all'esame di economia politica. Che giornata di merda.

Renato entra in camera di botto, non si capisce se cerca di sfondare la porta o solo di aprirla.

Me ne sto seduto sulla poltroncina di stoffa arancione scuro, con i quadri rossi e arancione più chiaro, con le finiture gialle, appollaiato come un corvo mentre richiudo una canna e ascolto l'ultimo di Dave Gahan: non è male. Mi godo il mio momento di pace dopo l'ultima traumatica botta di sventura universitaria. E sto qui, fermo, immobile, le luci soffuse, ho chiuso la finestra per non sentire il rumore del traffico. Ho fumato un paio di sigarette, ho cazzeggiato un po' al pc. Ora non ho voglia di muovermi. Mi sono messo comodo su questa vecchia poltrona dai colori caldi ed accoglienti. Ho preso una sigaretta, il mio nuovo accendino azzurro-puffo (che se prendo il tizio del tabacchi mi viene da menarlo) ed il fumo comprato da Alì.
Credetemi, se trovate uno spacciatore pakistano, si chiamerà Alì. Non è poi così assurdo, gli SKA-P li hanno passati anche per radio. Non stupitevi se ve lo fate amico. E' il suo mestiere. Non gioite troppo se vi porta in uno dei peggiori bar, nascosto in un vicolo che sa di piscio, in pieno centro, vicolo che nemmeno pensavate esistesse. Non ci avevate mai fatto caso. Probabilmente sono quei vicoli magici che spuntano fuori dal nulla, con dentro un bar lercio, con le luci al neon e un biliardo sgualcito e rovinato dalle sigarette. E' il classico bar dove gli sbirri non ci mettono piede. E voi dovete fingere di non essere a disagio e non far capire che siete lì solo per un po' di fumo e che nemmeno voi ci mettereste mai piede in quel posto. E non vi sbalordite se là dentro Alì è conosciuto, ma nessuno lo chiama per nome, perchè nessuno sa se voi sapete se lui si chiama o non si chiama Alì. E non vi meravigliate se Alì vi racconta parte dei suoi crimini, di essere stato in carcere (è solo un trucco per intimorire un po', abbassa le richieste di sconti, però in carcere ci potrebbe essere stato per davvero). E' il suo mestiere. Pro e contro. Ha bisogno di sfogarsi. Ha bisogno di fidarsi di voi, in modo che voi vi fidiate di lui. E allora non cambierete pusher. Insiste per offrirvi qualcosa. Un caffè va bene. Il caffè, ovviamente, farà schifo, in certi posti il caffè difficilmente lo sanno fare. Ovviamente offre lui, gli state per dare 50 euro, talvolta di più. Cristo, se non offre lui, è un ladro. Ma Alì è solo uno che fa il suo mestiere. Ti mette in mano una stecchetta di fumo senza farsi notare. Tu, senza farti notare, la guardi, la pesi ad occhio... e lo stronzo cerca ovviamente di fottere. Lo fa tutte le volte, lo fanno tutti. Tu lo guardi e gli dici "no". E' un "no" freddo, ma calmo, senza veemenza, tanto lo sai che ti accontenta. Lui ti dice: "sempre no, sempre no, sempre volere di più" - pausa - "ecco". E tu gli dai i soldi. Talvolta ti fa buone storie, talvolta fa finta di regalarti qualcosa, talvolta te la prendi in culo e fai finta di nulla (l'ultima soprattutto all'inizio). Si, va bene, ora va bene, se no, i soldi non glieli davi. Bevi il tuo caffè, fai chiacchiere senza nè ascoltare, nè parlare per uno o due minuti. Poi uscite dal postaccio, lui a sinistra e tu a destra. Ed anche il vicolo se ne torna ad essere un buco nello spazio tempo che non sai nemmeno se rivedrai più.
Tu volevi qualcosa di decente da fumare ad un prezzo decente, lui ti ha dato qualcosa di decente ad un prezzo decente. Tutti felici, il mercato è perfetto. Allora perchè mi fottono in economia? Fanculo.
Vabbè, ho divagato un attimo. Intanto, ho squagliato il fumo, l'ho rullato con cura col tabacco di una delle mie Winston blu e sono lì, nel bel mezzo di un bell'album, mentre mi godo il mio attimo di pace della mia giornata del cazzo. Sto per mettermi a leccare la cartina... e Renato quasi mi sfonda la porta, mi fa prendere un collasso e mi rovescio la canna addosso. Il resto è sulla poltrona e per terra. CRISTO!
Renato è un fottutissimo "rastone" del cazzo. E io mi chiedo: "cosa cazzo di fa in casa mia? come minchia è entrato?". Ma prima lo sommergo di bestemmie.
Martina entra mentre a me esce un "porco dio" gutturale. Cosa cazzo ci fa Martina a casa mia? E come cazzo è entrata?
Renato, per me, è un parassita, un simpatico parassita, ma pur sempre un parassita. Abita al piano di sotto, si fa per dire. Sta sempre qua. Mangia, piscia, caga qua, a volte dorme qua. E non si lava molto. E' amico di Gigi. Gigi è uno dei miei coinquilini... che si è premunito a dare una copia delle chiavi al suo amico Renato (lo saprò poi).
Martina è una strafiga. Cazzo quanto vorrei farmela Martina. Martina è una semi-punkettona-alternativa. E' figa con il suo caschetto biondo con la frangetta storta, il suo bel visetto angelico-slavato, il suo corpo magro e slanciato, il suo nasino all'in su... e il suo gran bel culo. Si, me la farei Martina. Peccato che lei sia interessata alla politica e così terribilmente a tutto ciò che la renderà sempre così interessante ed importante (perchè lei ha sempre qualcosa di intelligente da dire), per il resto del mondo, a me non frega un cazzo. Peccato che la ragazza ascolti metal incazzato che non sopporto e che rutti peggio di un camionista. Se non parla di politica, è sbronza e sta vomitando, perchè quando è solo un po' ciucca, di politica ve ne parla uguale. Però, me la farei. Alle volte, ho seriamente pensato di metterle l'uccello in bocca solo per non sentirla parlare delle sue ideologie del cazzo. Credetemi, è una brava ragazza. La adoro. Mi piace, parlo volentieri con lei, anche di politica. Solo che non è semplice parlare con qualcuno che dopo dieci minuti ti porta il discorso sulla destra, la sinistra, Prodi, Berlusconi... cazzo... esiste anche altro. E' che poi ti senti escluso dalla sua vita e dalle sue mutande, nel caso tu ci voglia entrare.
Cristo! Cristo! Cristo... si che esiste anche altro.
Il mio piccolo momento di gloria è sfumato. Chiudo gli occhi, mi mordo le labbra, tiro su un bel respiro profondo e butto fuori dalla mia camera Renato e i suoi fottuti rasta. Lui continua a scusarsi, a dire che aveva bisogno di una cartina, che gli spiace, che non voleva farmi prendere un colpo, che non voleva farmi saltare per aria la mia canna, che non sapeva come fare, che Gigi gli ha mollato le chiavi. "Ma Gigi non c'è, per dio!". E lui dice che lo sa che Gigi non c'è, per quello è venuto in camera mia, che ha sentito la musica.... che... che... bla bla bla... lo sbatto fuori e gli chiudo la porta in faccia. Lui da dietro l'uscio supplica come un bambino che non si aspettava di essere sgridato, un bambino capriccioso: "ma almeno me la dai 'sta cartina, frate'?" E mi devo trattenere per non riaprire la porta e spaccargli la faccia sul passamano delle scale. E, credetemi, in questo momento mi dispiacerebbe solo per il passamano.
Ora Martina. Cosa cazzo vuole Martina? In quale stronzata politica mi vuole coinvolgere stavolta? E il fatto peggiore è che le dirò di "si". Non so resistere a quelle labbra finemente disegnate da un dio di merda solo per ficcarmelo nel culo (e mi viene in mente De Andrè: "...e a un Dio a lieto fine non credere mai...").
Allora, calma. Entro in camera. Lei è seduta sul mio letto. Ridacchia. Accarezza il mio gatto. Accarezza il mio gatto? Il mio gatto non si fa accarezzare da nessuno, evita gli estranei, anche quando li conosce (e in questo modo, se ci penso, non li conosce affatto, quindi restano estranei, quindi li evita). E ha sempre odiato le femmine, soprattutto quelle che piacevano a me, facendomi fare sempre delle gran figure di merda!
Respiro. Respiro un attimo. Si si, un bel respiro profondo. Lei accarezza "il venduto" e ridacchia. Io accendo una sigaretta e la fulmino con uno sguardo. Lei è divertita dalla situazione. Io, sinceramente, no. Mi dice cercando di trattenere il riso: "Ti ho riportato Morty", era sul mio pianerottolo (ah, lei abita al piano del rastone rompiballe... lo stronzo aveva mollato la porta aperta, mentre si introduceva in casa MIA).
"Gra... grazie", e tiro una pesante boccata di fumo, "ora sputa, in quale manifestazione mi vuoi portare? In cosa mi fai buttare il mio tempo? In che piano politico-divino rientro stavolta?".
Mi guarda. Mi guarda strano. Ride. Io mi avvicino per toglierli Mortimer (il gatto venduto) da dosso, e lo stronzo mi guarda e mi tira una zampata con tanto di artigli. CAZZO! E sto urlando! Figlio di una gatta clandestina! E lo stronzo scappa. Martina ride. Vorrei menare anche lei. Poi mi tuffo di schiena sulla poltrona bestemmiando, sbuffando in aria il fumo della sigaretta, mentre Martina mi deride. Ride di me. "Allora, perchè cazzo sei qui?" - le chiedo sfinito, stremato, umiliato. La mia lotta contro il mondo, il fato, il destino, la sorte, dio, oggi è impari, perdo anche con Martina, ma con lei perdo sempre... e la odio per questo.
Lei mi fa: "volevo vederti" - mi dice - "ho... ho una gran voglia di fare l'amore con te".
La scena ora va un attimo a rallentatore, con gli occhi che mi schizzano fuori dalle orbite, la mia bocca che si apre, rimanendo muta. Poi la scena si ferma del tutto, si fossilizza per un po' e io mi stacco dal mio corpo, passeggio un attimo su per il muro, per il soffito, l'altro muro, faccio un ballo scemo ed osceno, mi risiedo nel mio corpo... poi il dubbio: mi sta pigliando per il culo?
Invece no, il tempo riprende a scorrere e lei è seria e sta diventando tutta rossa, probabilmente sta aspettando che io dica qualcosa e non capisce il mio silenzio. Penso che anche lei abbia avvertito quegli istanti in cui il tempo non è trascorso normalmente. Mi guarda, la guardo e io mi sento dire qualcosa che mai avrei pensato ed, ancor prima di sentirmelo dire, mi sto prendendo a sberle da solo, prima di sentire il calore della mano di Martina sulla faccia che arriva per davvero insieme ad un "sei proprio uno stronzo, egoista, insensibile del cazzo"! Ho detto: "e io volevo soltanto farmi una sola stramaledetta canna". Lei si alza, mi viene vicino veloce, mi da una sberla, mi offende e corre verso il corridoio e non stava scherzando. Lei aveva davvero voglia di fare l'amore con me ed io sono un vero idiota. E le sto correndo dietro, la sto per raggiungere, le sto cercando di parlare, ma oggi dio, quel figlio di puttana in cui non credo e che mi vuole morto, oggi mi odia. Mortimer mi si fionda tra le gambe, correndo spaventato, io inciampo cado e do una capocciata conto il mobile del telefono.
E lei ride. Comincia a ridere rumorosamente e la sua risata riempie la casa, riempie il palazzo, la città, il mondo. Mi si avvicina e mi fa: "ecco perchè voglio fare l'amore con te". E sta piangendo e ridendo insieme, tira su con il naso e sta piangendo e ridendo e la sua risata fa vibrare l'aria ed io sto bene. Comincio a ridere anch'io e lei mi mette il ghiaccio sulla testa e me lo tiene premuto, e poi facciamo l'amore, facciamo l'amore una, due, tre quattro, cinque volte (e poi basta che non gliela fo'). E vaffanculo dio, vaffanculo la sorte, perchè la sorte gira. Ed io ho pagato il mio conto con la sfortuna e l'economia è perfetta, perchè la matematica non è un'opinione. Mi resta solo un dubbio: perchè mi fottono all'esame?

13 settembre, 2007

Pioggia su tela

Tra la folla. Si nasconde tra la folla. Vaga senza sapere cosa cerca. Si perde nei pensieri degli altri, ascolta il mondo che la circonda, solo per svagarsi e senza curarsene davvero. Trascina la sua mente tra le grida dei bambini, nell'intreccio della gente che vende e compra, che esce dai negozi, chiacchiera, apre gli ombrelli alle prime urla dei tuoni seguiti da una pioggia sottile.
Si stringe tra la gente, mentre attraversa le vie del centro. Ai piedi stivaletti a tacco alto, lucidi, stretti fino alle ginocchia dai lacci pesanti. I passi si rincorrono, dove prima hanno camminato altre suole, sulle strade affollate del centro, asfalto lucido di pioggia, mentre un freddo ancora docile le preme più nell'anima che sul corpo. Si accuccia nel suo pellicciotto dipinto di pece e il trucco nero e pesante, che le disegnava una perfetta maschera sul viso, curata nel minuscolo dettaglio, si scioglie tra le gocce solitarie di una pioggia sterile di un autunno alle porte.
Si ferma sotto un portico, mentre la pioggia diventa più opprimente e le strade cominciano a svuotarsi dall'indirivieni dei passanti. Qualcuno corre, riparandosi alla meglio sotto un giornale che si stinge d'inchiostro, perdendo per strada le buone notizie. Un uomo di mezza età si muove goffo, sotto il tetto instabile di una ventiquattrore, quasi inciampa, poi rallenta e si perde dietro un angolo.
Lei è bagnata e ancora bellissima, quasi si scrolla come un animale gli abiti imbevuti di pioggia, scosta una ciocca dei capelli corvini da sopra il viso e con aria disperatamente indifferente tira fuori il suo pacchetto di Diana Blu dalla borsa. Indaga qualche attimo irrequieta cercando l'accendino. Una breve fiammata, un tiro deciso e una nuvola di fumo si spande nella pioggia, prima di dissolversi.
Segue con lo sguardo il dileguarsi dei passanti, assorbe lo scrosciare della pioggia che le svuota la mente. Una coppia cammina a passo svelto stretta sotto un ombrello arcobaleno, in contrasto con il grigiore austero di una giornata anonima.
Sbadiglia, mentre tiene in mano la sigaretta, mentre fuma svogliata, come se aspettasse solo che la pioggia finisca insieme alla fine del tabacco.
E poi, d'un tratto, tra ancora qualche sussulto di tuono e il bagliore di un lampo, la pioggia svanisce, trascinando via il mozziccone spento d'una Diana blu.
La ragazza tira fuori uno specchietto, si guarda, il viso impaurito e gli occhi rabbiosi, il trucco massacrato dalle gocce di pioggia, si sorride, luminosa nei suoi occhi severi, guarda intorno, mentre la strada si riempie di nuovo di gente che ritorna fuori dai negozi. Guarda le vetrine che si accendono, insieme alle insegne, una dopo l'altra, come i lampioni. Si ferma davanti ai vestiti in bella mostra dietro i vetri dove la pioggia scivola giù, in mille vene luminose delle tinte dei neon colorati.
Entra in un negozio, prende un paio di guanti neri e lucidi, lunghi fino al gomito, stretti sulla pelle. Li prova. Li compra.
Esce soddisfatta dal negozio. Cammina a passo svelto, persa nei suoi pensieri, mentre si fonde tra il via vai di gente, che insieme a lei si mescola in una giornata di shopping autunnale, per non pensare a nulla per davvero.
La ragazza col pellicciotto annusa l'aria pulita dalla pioggia. Annusa gli odori dei ristoranti e delle pizzerie persi tra le viuzze strette con gli scorci migliori. Rivolge un sorriso solo a un cane che randagio si muove, come lei, tra la calca di viandanti.
Pensa un attimo a se stessa, a quell'affetto che cerca, che vorrebbe comprare, che non riesce a dare e a darsi. Sorride, pensa ai suoi guanti nuovi, da sfoggiare in nuove serate mondane, nei locali oltretomba che frequenta. Pensa alla musica ad alto volume, che scuote l'aria come i tuoni che si susseguono, come lo scroscio forte e denso della pioggia, come il brusio continuo della gente in strada. E, d'un tratto, non le importa dov'è, non le importa chi è, non le importa di nulla, non le importa, punto e basta.
Ci sono giorni in cui vorrebbe solo perdersi tra la folla, vorrebbe essere solo una delle gocce identiche di una giornata uggiosa. Oggi, invece, è un'altra lacrima sul viso di un altro uomo che non riesce ad amare.
Oggi è ancora il simbolo di una pace persa per strada, lasciata in dono ad una ragazza strana, perduta in se stessa, con un pellicciotto nero. Lei non sa giocare con quella pace, lei non sa renderla felice, lei non si cura degli altri, finchè non ritroverà se stessa, accoccolata nel buio di un pellicciotto nero pece.
Accende il suo i-pod e si perde tra la musica.
Non piange la ragazza col pellicciotto, lei non piange, lei sorride amara, anche sulle tele frementi di un uomo. Lei, alle volte, non sa cosa cerca, forse solo un paio di guanti nuovi.

22 giugno, 2007

Samael Flauros














Lunedì 3 settembre. Fa un caldo terribile quest'estate. E' stata una stagione afosa. Sento la maglietta appiccicata addosso.

Alfredo torna in cella. Ha passato il pomeriggio all'aperto, nel parco di questo accogliente centro per l'eutanasia mentale. "Eutanasia mentale" è un termine che ha coniato lui stesso. Mi è rimasto così impresso perchè furono le prime parole che mi disse: «benvenuto nel nostro perfetto centro di eutanasia mentale». Ed ha ragione. Qui si muore lentamente. Si muore dentro, ma è una morte dolce, perennemente drogata. E' come un carcere di massima sicurezza, solo che le guardie usano le siringhe e le pillole al posto della pistola e dei manganelli. Non hanno la divisa, ma candidi camici bianchi. Qui tutto è bianco, qui tutto è luminoso. La luce non si spegne mai, nemmeno di notte. La notte c'è un bagliore opaco, ma non il buio. Il buio è vietato ai "pazzi". Qui, del resto, non si dorme: alla fine si associa il sonno alle urla e ai lamenti.
Vi starete chiedendo perchè io sia qui. Vi starete chiedendo chi sono. Forse non vi starete chiedendo nulla perchè non ve ne frega un cazzo.
Il mio nome è Simone Petrini, sono... ero un agente di polizia, stavo nella "omicidi".
Oggi vi sto per raccontare la verità. Molti di voi non mi crederanno. Morirò entro tre giorni. Non so se morirò prima della scadenza, è possibile. Se solo potessi tornare indietro...
Alfredo è qui dentro perchè ha sparato a 36 persone uccidendone 27. E' entrato di punto in bianco in un ristorante e si è messo a sparare. Quando l'hanno trovato era seduto con il corpo pieno di sangue, sotto shock. Non ha mai ricordato nulla di quel momento. Tutto quello che so me l'ha raccontato lui... è quello che gli hanno detto i medici, gli investigatori e via dicendo. Eppure a vederlo sembra una persona tranquilla. E' normale. Ora ha 54 anni. Ha la faccia da impiegato di banca. Era esattamente quello che faceva prima di entrare qui. E' sempre ossequioso ed educato, sempre gentile. Si incupisce solo quando gli si fa tornare alla mente il motivo per cui è chiuso qui dentro, a quel punto cerca di ricordare, spesso piange. Di notte si agita, nelle poche ore durante le quali riesce a dormire.
Quando entra nella nostra "camera", mi guarda. Cerca di abbozzare un sorriso vedendo il mio volto. «Come è andata?» mi chiede.
«Non voglio parlarne».
«Nemmeno questo ti ha creduto?»
«No, mi ha creduto».
Mi osserva incuriosito, perplesso, come se non riuscisse a capire. Effettivamente non può capire. Lo guardo un attimo, prima di girarmi sul letto e dargli le spalle. Ha un'aria affranta nella sua camicia a maniche corte e i suoi pantaloncini di cotone. Ha la barba di due giorni. Non gli si addice. E' sempre un tipo così pulito ed ordinato. La luce che entra dalla finestra lo prende in pieno volto. Lui ha gli occhi socchiusi. Solo ora mi accorgo di come stia invecchiando. Sembra quasi malato con la sua pelle olivastra. Ha le rughe.

Oggi è venuto a trovarmi un nuovo dottore. Si chiama S. Flauros. Il signor S. Flauros mi sta attendendo nel salottino delle visite. Oggi è stato prenotato solo per me e per lui, tutto il pomeriggio. E dentro c'è un silenzio quasi spettrale. Si potrebbe sentire uno spillo cadere. Quando arrivo, lui sta guardando fuori dalla finestra, nel cortile. Nel giardino ci sono gli altri pazzi, i miei nuovi amici, i miei nuovi compagni. La maggior parte di loro è sempre sedata, i più sono accompagnati dalle guardie in camice bianco. Alfredo sarà sulla sua solita panchina a leggere. E' l'unico momento in cui esce. Fuma e legge. Martin (un camice bianco) l'ha preso in simpatia rimanendo impressionato dalla cultura di questo "pazzo" e gli porta un libro ogni due settimane. Prima gliene portava uno al mese, ma non bastava.
Un paio di camici bianchi mi scortano fino alla saletta e staranno fuori a fare la guardia.
Questo dottore deve essere importante. Ha tutta l'aria della persona importante. Indossa uno di quei vestiti da sartoria, fatti su misura. Gli calza perfettamente per essere una roba da negozio o, peggio, da grandi magazzini. E' vestito di grigio antracite e camicia nera, niente cravatta, ma oggi fa caldo. Ha degli occhiali scuri da sole, sta già fumando e ha già aperto una bottiglietta d'acqua, ora posata accanto ad un bicchiere di plastica sul tavolino.
Quando arrivo, si gira e sorride, aspetta che i miei (o i suoi) angeli custodi chiudano la porta alle loro spalle, aspetta di essere solo con me, fa un paio di passi nella mia direzione, si presenta.
«Il signor Petrini suppongo, io sono il dottor Flauros». Ha una voce calda e suadente e un tono accomodante, calmo, mentre continua cautamente a sorridere e misura i gesti. Mi sta studiando.
Annuisco, lo guardo, lo scruto, ha qualcosa di familiare che non riesco a decifrare. Ma è solo un altro fottuto strizzacervelli a cui hanno dato il mio caso, finchè la mia pratica non verrà archiviata e mi lasceranno in pace e si scorderanno di me.
Mi siedo senza dargli la mano.
«Tutto bene?» chiede, ma non rispondo «La prego, lei è un ex agente, sa come vanno queste cose, io sono qui per aiutarla come meglio posso, mi faccia solo fare il mio lavoro. Lei non è una persona stupida».
«Non sono nemmeno un pazzo, nè un bugiardo, eppure sono qui dentro. E lei è solo l'ennesimo medico che mi crederà un folle non appena ascolterà la storia che ho già raccontato a chi è venuto prima di lei... avrà letto, no?»
«Ho letto, ma ho comunque bisogno che lei mi racconti la sua storia».

Ho ricevuto la chiamata nella notte tra venerdì 17 e sabato 18 agosto. Sono ancora mezzo addormentato. L'unica cosa che ho capito è stata che dovevo sbrigarmi. Il caldo infernale: mi ero rigirato nel letto tutto il tempo, ero appena riuscito ad addormentarmi. La chiamata è arrivata dall'ufficio, dalla centrale. Spari all'orfanotrofio. Mi chiamano direttamente sul cellulare. Era la voce di un uomo, ma non ricordo se mi ha dato informazioni su di lui. Ha detto di recarmi subito sul luogo.
Sono legato a quel posto. Sono cresciuto in quel posto. Ci passo... ci passavo molto del mio tempo libero ...quando ero libero. Sono orfano. Sono cresciuto lì. Sono tra i pochi che, uscito da quel posto, non si è allontanato, forse l'unico. Entrato in polizia ho fatto di tutto per tornare da queste parti, per restituire alla gente di questo posto il bene che mi ha dato.
Ora sto in città per lavoro. Ho... avevo un piccolo monolocale, ma ho sempre voluto prendere un villetta qui sulle colline, di quelle con un po' di terra per farci crescere qualcosa. Avevo dei progetti. Uscivo anche con Alice. Non l'ho più sentita. Ogni tanto mi chiedo se mi pensa. Spero di no. Spero stia bene, che sia tranquilla.
L'orfanotrofio sta tra la città e il paese, subito sotto la chiesa di San Michele, quel vecchio rudere in campagna. Non ci avrei messo più di venti minuti.
Esco fuori dal centro abitato e d'un tratto comincia a piovere. Ricordo che rimasi stupito. Il cielo si era chiuso di colpo, pieno di nuvole, tuonava. Pioveva a dirotto. E ricordo il freddo. La temperatura era scesa all'improvviso. E io guidavo. La strada sembrava così lunga. Non era importante che la visibilità fosse bassa, conoscevo quelle curve a memoria. Eppure non arrivavo mai. Poi ecco la grossa costruzione dell'orfanotrofio. Era un ex convento. E' enorme visto da fuori. Ma è un buon posto per i ragazzi. E ci viene chiunque dal paese a farci volontariato, a dare una mano. Fermo la macchina nello spiazzo, il cancello è aperto. Quando apro la portiera mi rendo conto che ha smesso di piovere. Guardo in alto e il cielo è limpido, pieno di stelle. Sembra tutto così... fermo. Non si sente alcun rumore. L'aria è stagnante e umida e il freddo pizzica sulla pelle. Sembra pieno inverno. Eppure non ci faccio troppo caso. Eppure è tutto così inquietante. Eppure non so nemmeno perchè sono qui, dovrei aspettare che arrivino gli altri. Dovrebbero già essere qui. Forse la pioggia...
E sto già camminando. Il silenzio, non si sente altro che questo assordante silenzio. E il buio. Non si vede altro che buio. Tutto sembra così vecchio e stantio. Non sembra esserci la luce elettrica. Sono a metà del vialone che porta all'ingresso. Un fruscio. Mi guardo intorno, ma non vedo nulla. Da dove arriva? Guardo in aria e sopra l'orfanotrofio, sopra l'intero posto c'è qualcosa che si muove, sono veloci, si muovono intorno e urlano, urlano il silenzio, loro sono il silenzio. Devo entrare, devo entrare, devo nascondermi. Ma dentro è pieno di quello stesso silenzio. Quelle ombre che si muovono in aria. La tromba delle scale ne è piena, fino all'ultimo piano. Non mi stanno toccando. Non mi vogliono. Dentro sembra tutto molto più grande, terribilmente enorme e vuoto. Conosco questo posto come le mie tasche. Conoscono ogni nascondiglio che usavo da bambino quando avevo gli incubi. Padre Giulio era l'unico che riusciva a trovarmi. Padre Giulio è un brav'uomo, mi ha cresciuto. E' il prete della parrocchia di San Michele. Ormai ha più di settant'anni, sebbene non sembra toccato dal tempo. Non si sentono i risolini dei bambini che anche di notte popolano questo luogo, non si sente nulla se non un urlo silenzioso che avvolge tutto, come le ombre, passano attraverso i muri, mi passano davanti, ma non mi toccano, non mi sfiorano. Sono ombre nere e lucenti. Riempiono l'aria e urlano. Le sento scorrere nelle pareti, sul pavimento sotto di me, sopra la mia testa. Sono ovunque, ovunque urlano, è questo posto stesso che urla. Chiede pietà.
Sono al primo piano. Il dormitorio è al secondo. Qui c'è la biblioteca, una sala per i lavori d'arte e un'enorme salone per lo studio che utilizzano anche per le feste. Questo posto potrebbe ospitare 150-200 persone. I bambini, oggi, sono 72. Li conoscono tutti. Età compresa tra i 5 e i 18 anni. Al piano terra, ci sono la cucina, la mensa, un paio di magazzini, un'infermeria. E' qui, al primo piano che comincio a trovarli. Cadaveri, sono tutti morti. Le pareti sono sporche di sangue e del bitume nero che lasciano le ombre quando le attraversano.
Sono morti, tutti morti. Ci sono i corpi di questi ragazzini stesi per terra in pozze di sangue. I loro visi sono sconvolti. Al piano di sopra ci sono gli adulti, le infermiere, qualche volontario e il resto dei bambini. Non si è salvato nessuno. Nessuno. Esamino stanza per stanza, con la pistola in mano. Sono tutti morti e sono già freddi, sono morti da ore.
Non c'è nessuno. C'è solo la morte e le ombre, c'è solo il silenzio.
Invece no. C'è un fragore di vetri in frantumi, c'è un urlo. E' in fondo al corridoio. E' la stanza di Padre Giulio. Corro. Le ombre ora sono agitate. Inciampo nel cadavere di un bambino e mi ritrovo steso sopra un altro corpo esanime. Padre Giulio è seduto alla sua scrivania, di spalle, con la faccia che guarda fuori. Le ombre lo colpiscono, lo attraversano. Si vendicano.
«Padre...»
«Sei arrivato Simone»
«Cosa... cosa è...»
Padre Giulio si volta. I suoi occhi. Non posso scordare i suoi occhi. I suoi occhi pieni di sangue, il suo volto indurito, quegli occhi luminosi di morte, urla e disperazione, solitudine e rabbia.
«Ho sparato agli angeli...»
«E'... è stato lei? Non può... perchè? No...»
«Ho sparato agli angeli... serve un sacrificio»
«Cosa dice? Il sacrificio per cosa?»
«E' tardi...» Alza una pistola e la punta contro di me. Gli sparo. Gli sparo una volta, poi due, poi tre. E poi il suo corpo prende fuoco, lui sta bruciando, davanti a me, da solo. E io sto piangendo mentre il cuore batte forte, fino in gola. E tutto sta prendendo fuoco. Devo correre, devo correre. Devo scappare.
Non ricordo altro.
Secondo il rapporto della polizia la pistola che ha sparato a quei bambini e a tutti gli altri è la mia. Non c'è traccia di alcuna altra arma da fuoco. In totale, nel rogo, sono bruciati 107 corpi. 107 persone sono morte. Mi hanno ritrovato nel parco dell'orfanotrofio. La mia auto a casa.
Sono stato io. Eppure non sono stato io. No, non è colpa mia. E' tutto un incubo. Quegli occhi. Gli occhi rabbiosi di Padre Giulio, nei miei occhi, dentro di me, mi scrutavano, mi tagliavano l'anima, la sezionavano. Ovviamente nessuno ha creduto che non fossi stato io.

«Lei crede in ciò che dice?» mi chiede il dottor Flauros.
«Io... non sono stato io...»
«Secondo gli inquirenti è stata una strage. Un gesto assurdo di follia pura. Lei è fortunato ad essere in questa struttura e non sulla sedia elettrica. In un altro Stato, sarebbe bruciato anche lei».
«Vada al diavolo».
Sorride in un ghigno. «Sa una cosa signor Petrini? Io le credo».
Lo guardo. Lo guardo e non riesco a muovermi. Tutt'intorno a me c'è lo stesso odore di morte, di carne bruciata, di silenzio, di ombre.
Toglie gli occhiali e ha gli stessi occhi. Dottor Samael Flauros.
«Morirai Simone. Tu hai rovinato i miei piani, tu hai aiutato un uomo a morire troppo in fretta. Morirai entro 3 giorni».
Non posso muovermi, non posso. Dalla giacca tira fuori una pistola.
Ride.
«Sai cos'è questa? La prova che sei innocente. Ho sete di morte. Ho sete della tua paura. Eppure non tremi. Padre Giulio mi ha tenuto buono per anni. Ma io ho sete. Ho sete di urla e disperazione. Voi umani siete così stupidi. Avete una terribile paura della morte. Eppure create armi sempre più potenti. Costruite pistole. Oggi le mie stragi sono all'ordine del giorno, sono più semplici. E date la colpa a noi Dei. Ma siete voi a sparare. Nemmeno tu vuoi ammettere la tua colpa. Eppure è la tua pistola ad aver ucciso».
Mi spara.

Al mio risveglio mi ritrovo nella nostra stanza. Devono avermi sedato perchè mi gira la testa. Alfredo sta rientrando dalla sua lettura. Quando entra nella nostra "camera", mi guarda. Cerca di abbozzare un sorriso vedendo il mio volto.
«Come è andata?» mi chiede.
«Non voglio parlarne».
«Nemmeno questo ti ha creduto?»
«No, mi ha creduto».
«Sei stato in isolamento per due giorni».
Non capisce perchè rido. Rido a crepapelle. Mi sono stati dati tre giorni di vita e io ne ho passati due in isolamento. Mi giro di spalle cercando di trattenere le risate e le lacrime, poi il proiettile attraversa il mio cuore.
Sento Alfredo che chiama aiuto, lo sento che piange. Sento la sua paura davanti alla morte. Sento il suo disperato orrore quando mi vede sputare sangue mentre rido. E rido. E rido. E muoio... una dolce eutanasia. Nessuno capirà mai come il proiettile sia finito lì. Alfredo mi riterrà fortunato. «Quelli che muoiono» dice «non fanno in tempo a ricordare».

15 giugno, 2007

In memoria di una geisha

Ho comprato questa nuova cosa. E' il regalo perfetto che potevo fare a me stesso e al mondo. Ci ho messo un po'. Ci vuole pratica per quest'affare. Ci vuole rabbia, ma bene incanalata, meditazione, un obiettivo. Qualcuno penserà che sono pazzo. Qualcuno piangerà. Ai più non fregherà molto.
Tiro a lucido la mia vita, per una volta non mi tiro indietro, voglio che sia perfetta, voglio essere freddo, devo farlo.
Tra poco tutto sarà finito. Devo solo aspettare, concentrarmi. Poi tutto andrà a posto, poi tutto sarà un gran casino, ma devo fare quel che devo fare.
Eccola. Lei sta tornando. Arriva con uno che ora frequenta da un po'. Odio questi stronzi impomatati con la loro macchina di lusso, con i loro vestiti firmati. Scommetto che anche le sue mutande sono griffate. Ha una mercedes ultimo modello, la capotte abbassata nel caldo umido quasi estivo di questa notte metropolitana. E lo stronzo porta gli occhiali da sole neri. Si vergogna di essere guardato in faccia per bene? Perfettamente abbronzato da strati e strati di crema abbronzante e lettini sotto le lampade... dopo il massaggio, s'intende.
Lei è bella. E' davvero bella. Trentadue anni esatti, ma ne dimostra venti. Vestiti attillati, scollati, le sue forme perfette bene in vista. Il seno sodo farebbe invidia a molte ragazzine che ancora non conoscono la vita come Lei. Sembra una barbie appena uscita dalla scatola, non fosse per il rossetto slabbrato.
Lui è vestito gessato scuro, una camicia candida e bianca e una cravatta improbabile. Come minimo, sotto è anche depilato. E' palestrato, ma non troppo. Sta attento alla linea perchè l'immagine da alto dirigente va lustrata... come i culi che ha dovuto leccare per fottere il posto che era di suo padre che, forse, se l'era guadagnato allo stesso modo. Oppure ha solo unto il giro con i soldi alle persone giuste. Molto probabilmente ha fregato il posto a qualcuno che lo meritava, più in gamba di lui.
Forse, peggio, lo stronzo è uno di quelli che è uscito dalla merda, uno che si è fatto il culo, uno che ora sulla merda ci sputa. Ha una famiglia. Una bella moglie. Ha dei figli, magari un maschio e una femmina. E ha una casa lussuosa e un appartamento più piccolo dove scopa con Lei.
Crede di avere tutto, crede di poter avere tutto, crede di essere il migliore, crede di essere un giovane dio. Lui, la promessa dell'economia. Lui ha un portafoglio gonfio di denaro, lui che venderebbe sua madre per averne ancora, per avere un altro zero sul conto in banca. Lui che ora può fare quello che gli pare, senza troppa gavetta... perchè lui è in gamba, perchè lui crede di esserlo e fa sedute e sedute dall'analista per tenere alta la sua autostima.
Lei lo bacia su una guancia, lui Le mette in mano una busta. Un regalo. Lei fa finta per mezzo secondo di non accettare, poi mette tutto nella borsetta con le paillette, mentre scende piano, sinuosa con il suo corpo felino stretto nel vestitino nero e corto e le scarpe col tacco. E' elegante e perfetta, mentre si finge ancora maliziosa, ancora eccitata dall'amplesso che ha venduto all'uomo. Fa ancora la civetta, fa la smorfiosa. Si sa vendere. E' così bella. I capelli biondi, in ricci ampi e perfetti che le ricadono sulle spalle. Ci ha messo parecchio per prepararsi. Questo stronzo deve pagare bene.
La mia ansia sale. Sento il cuore che accelerà ad ogni passo che Lei fa mentre si allontana dall'auto e si avvia verso il portoncino del suo palazzo, della sua casa, del suo appartamento piccolo e angusto, con la muffa sui muri, ma ben pulito. Lei ci tiene che sia sempre tutto lucido. Vuole andare via da lì, vuole essere più di quello che è. Non era questa la vita che avrebbe voluto.
Anche questa sera si fa un po' schifo. A me no, a me non fa schifo. Io L'ammiro. Io amo tutto quello che fa.
Sta richiudendo il portone alle sue spalle. Ora sta abbassando lo sguardo, ora sta per piangere, ora trattiene le lacrime a forza e si toglie le scarpe col tacco alto dai piedi doloranti. Mentre sale le scale fino al pianerottolo di casa si toglie gli orecchini e il resto della bigiotteria da bancarella. Apre la porta e ritrova se stessa, quella squallida se stessa che fa la puttana per sbarcare il lunario, per pagare l'affitto, per mantenere suo figlio, per pagare la bolletta della luce, per sua figlia più piccola, la "figlia di chiunque", che ha i suoi stessi capelli biondi e il suo sorriso.
Lei ha appena chiuso la porta. Lui ha messo in moto. Si ferma come ogni volta per sistemare l'auto. Per togliere il residuo di un'altra donna da nascondere alla madre dei suoi figli. Odio questo stronzo, odio quelli come lui, odio tutto ciò che rappresenta, odio chiunque pensi solo a sè stesso, odio chiunque tratti Lei come una puttana.
Sono qui, ad aspettarti, in questo vicolo buio. Ti guardo da giorni, misero stronzo.
Quando esco e vengo vicino alla tua macchina alzi lo sguardo, non sai chi sono, non sai perchè ti parlo, hai l'impulso di darmi dei soldi e scappare via, di trattarmi come un tossico, un ubriaco, ma io non voglio i tuoi soldi. Ti chiamo stronzo. Tu mi dici che sono un ragazzino e di sparire prima che ti esca da quelle labbra con cui L'hai baciata la frase "ora ti do una lezione, ora ti faccio vedere io". Non aspetto altro.
Calci e pugni. Mi spingi. Mi prendi a sberle e sento un tuo pugno dritto sul muso. Tu, stronzo, senti meno i miei. Io non voglio ancora farti male, voglio che cammini, voglio che mi segui, vieni... vieni... da bravo... nella lotta mi stai seguendo... così ancora un po', dove c'è il mio nuovo giocattolo. Entri nel mio vicolo buio. Entri qui, dove l'ho appoggiata.Ti spingo con tutta la forza che ho, devi cadere a terra. Ed ecco che lo fai. E ora ti rialzi. E io ho in mano la mia vendetta, la stringo, la tiro fuori dal fodero nero. E tu la vedi scintillare, vorresti scappare, ma è tardi perchè sei a terra. E ora stai tremando perchè hai capito che sei qui per morire. Ma puoi ancora lottare, io voglio lottare, voglio sentirti desiderare la vita e perderla. Voglio sentire la tua paura di morire e tu vedi i miei occhi e nei miei occhi ora vedi quelli di Lei, quegli occhi in cui ti perdevi nel gioco del sesso, in un amore venduto. E stai cominciando a capire, cominci a ricomporre il puzzle, frammenti perfetti di odio e rabbia. Perchè tu? E' stato un caso, sei stato solo l'ultima goccia. Sei stato l'ultima lacrima che Lei ha versato verso se stessa, per me, per mia sorella. Sei stato mio padre, uno dei tanti che hanno fatto come lui. E ora morirai. E lui, forse, morirà con te. Ti alzi, indietreggi. Un pistola sarebbe stata troppo veloce, invece questa lama ti taglierà piano, la sentirai dentro di te, poco alla volta, centimetro per centimetro dentro la tua carne calda, dentro la tua pelle abbronzata. Stai pregando? Stai chiedendo perdono. Ma non posso, lo capisci? Potresti provare ad ammazzarmi, a scaraventarti su di me, ma hai capito che finora ho solo giocato come il gatto con il topo. Sei un insetto inutile caduto nella tela di un ragno affamato di morte. Sei un misero insetto inutile, morto per una troia... per il figlio di quella troia, per lavare i peccati di tutti quelli come te, finchè non ne verrà un altro, se ce ne sarà un altro.
Vuoi vivere o vuoi morire in fretta? No no, tu sei un tipo tosto. Tu vuoi vivere. E' per questo che soffrirai. Provi a gettarti verso di me, ma al primo scatto vieni colpito. La lama è tagliente ed affilata come un rasoio, un rasoio splendente che taglia anche l'aria con un suono acuto, mentre affonda nella tua carne. Mi dai del pazzo e ti colpisco con un calcio in pieno volto. Sei pieno di sangue, ma ci riprovi a vivere e ancora un altro taglio e un altro in pieno petto, mentre va a pezzi tutto come la tua camicia costosa, mentre ti pisci addosso, mentre senti la vita che se ne sta andando mentre crepi dissanguato. Poi ecco senti freddo d'un tratto. Senti il freddo del metallo che ti passa da parte a parte dentro il tuo addomme e ti aggrappi alla lama e mi guardi senza fiato chiedendo perchè, supplicando pietà. Sto sorridendo.
Senti la lama che esce. Ora vorresti morire. Non vuoi più vivere. Non vuoi più lottare. I tuoi soldi non sono bastati, ma finora te li sei goduti. Non hai pensato a nessuno se non a te stesso. Hai la paura nello sguardo, mentre anche i tuoi occhi lacrimano sangue. Stai pensando a te anche adesso. Non pensi a chi stai lasciando, non pensi a come faranno, a cosa diranno. Sai solo ripetere di non dirlo a tua moglie mentre mastichi il tuo sangue che ti affoga la gola.
Guardo gli schizzi del tuo plasma rosso sui miei vestiti, sento l'odore della tua vita perduta, sento un flusso caldo che scivola lungo la lama, lungo la mano, lungo il mio braccio, un lieve rivolo del tuo sangue che già ristagna al suolo.
Un altro colpo e senti la lama che ti affonda ancora nella carne, mentre nemmeno urli. Senti le tue budella contercersi e stai soffrendo nel mio gioco sadico e rabbioso. Un altro fendente di taglio. La lama ti squarcia la gola nei tuoi ultimi istanti. Poi eccola entrarti nel cranio. E il tuo ultimo pensiero sarà che è assurdo che entri nella tua testa come un coltello caldo nel burro. E sorriderai prima d'aver capito che non hai più sorriso, che il tuo corpo è già lontano, che sei morto.
Brucia all'inferno e aspettami, ma mia madre non è una puttana.

07 maggio, 2007

Libero mercato

Da ragazzino avevo un amico. Fabrizio Fancinelli, detto "Stecca". Fabrizio era più grande di me di cinque anni. Era un ragazzone magro con la faccia pulita, il muso profetico di chi sa dare le risposte giuste. Era anche un bullo. Non che facesse male a qualcuno, ma gli bastava uno sguardo perchè la gente avesse paura di lui. Aveva occhi chiari, come il ghiaccio. Erano occhi terribilmente duri, quelli di una bestia feroce sempre troppo stuzzicata dalla vita. Faceva il quinto anno, io il secondo. Lui era ripetente.
Per Fabrizio, tutte quelle manifestazioni studentesche, tutte quelle stronzate politiche erano tempo perso. Quando vedeva i ragazzi cominciare le rivolte, se ne fregava. «Nessuno ascolta una miriade di adolescenti sfaticati». Era solo un buon giorno per far sega a scuola, «la scusa giusta - cito testualmente - per un immeritato giorno di vacanza». Lui se ne andava al piccolo bar all'angolo, in fondo alla strada. Nel bar c'era una saletta buia, con un vecchio tavolo da biliardo. Biliardo all'italiana, quello coi birilli. Era un buon giocatore Fabrizio, sarebbe potuto migliorare anche di più. A scuola nessuno l'aveva mai battuto. Io l'avevo conosciuto per caso. L'avevo conosciuto perchè ero una testa calda e perchè ho sempre odiato chi mi pesta i piedi. Fabrizio cercò di buttarmi fuori dal cesso della scuola e io gli dissi semplicemente di "andare a fanculo", seduto sugli scalini davanti al bagno dei professori (adibito a sgabuzzino dei bidelli, dato che gli insegnanti usavano il bagno del piano superiore, quello accanto alle toilette delle donne. Le professoresse si sentivano più sicure, i professori potevano intravedere qualche ragazzina pisciare).
Tutti conoscevano Stecca. In molti pensavano che venisse chiamato così per il gioco elegante sul panno verde. La realtà è che aveva preso il soprannome dato a suo padre, un contrabbandiere di sigarette che era dietro le sbarre.
A Fabrizio, se non eri qualcuno, non si poteva rispondere male. Lui non ti toccava. Erano i suoi amici a pestarti. Almeno in tre o quattro. Non so perchè quel mandarlo al diavolo non mi costò un sacco di lividi. Fabrizio mi sorrise amaramente, con solo metà della bocca, e mi chiese di fumare una canna con lui e i suoi compagni. Era il primo spinello che fumavo. Rollava la canna con lo stesso modo preciso con cui usava la stecca. Cominciai ad entrare nel suo giro.
Iniziai col passare parecchio tempo insieme a Fabrizio. Aveva provato a insegnarmi il biliardo, ma io ero negato. Per tutto novembre si entrò poco a scuola. Passammo insieme molte mattine. Erba, alcol, caffè e biliardo. Fabrizio diceva di odiare suo padre. Invece, lo imitava. Faceva il cameriere quasi ogni sera per aiutare la madre a mandare avanti la famiglia, a crescere la sorella più piccola. Ma non era lavorando tra i tavoli che faceva i soldi. «Con le sigarette - diceva - non si guadagna nulla. Con l'erba si campa, ma non abbastanza». E lui spacciava. Ed io con lui.
La prima volta mi disse che doveva fare un "lavoro" (lui stesso lo chiamò "lavoro", facendo le virgolette con un gesto delle dita). Mi disse di starne fuori, fui io a volerlo accompagnare.
Spacciare è un lavoro sporco, ma molto delicato. Per Fabrizio erano quattro le regole da rispettare. Non dare nell'occhio. Questo significa farsi i cazzi propri e saperseli fare senza che gli altri ne sappiano mai nulla. Farsi di qualcosa di un gradino più leggera rispetto a quello che vendi e mai prima di una contrattazione. Questo vuol dire che quando scambi merce devi essere pulito. Sapere quando smettere. Praticamente, non si può continuare a spacciare di continuo se non vuoi essere beccato. Chiunque è un potenziale acquirente, ma non un acquirente. La gente con cui si fanno affari deve essere selezionata.
Ovviamente, Stecca cominciò a non rispettare nessuna delle quattro regole, lui aveva sempre bisogno di soldi.
Il figlio di puttana fece un gran casino in una sala da biliardo. Doveva lasciare un pacchetto di paste ad un coglione che sarebbe finito dentro la notte stessa. Gli sbirri gli stavano alle costole mentre guidava completamente fatto di eroina. Invece di frenare finì contro un albero quasi abbattendolo. La polizia trovò nella sua macchina un'intera "farmacia". Paste, coca, eroina, crack, fumo, erba. Non potete immaginare con quanta roba se ne andasse in giro quel grandissimo stronzo. Nemmeno io mi sarei mai immaginato che i sedili e tutta la macchina fossero il suo personale magazzino.
In quell'auto ci sarei dovuto essere anch'io. Fabrizio mi disse che ci avrebbe messo pochi minuti e di rimanere con gli altri.
Tutti hanno detto che era stato un incidente, ma Fabrizio non mi ha voluto far crepare con sè. E lo ringrazio per questo e per tutto quello che ha fatto per me. Alla fine mi ha fatto stare fuori dai guai dopo avermeli fatti assaporare.
L'unica pecca e che non smetto di guardare chiunque come un potenziale acquirente, quindi, figlio mio, serviti pure.

16 aprile, 2007

Don't stop














Due di notte. Il cellulare squilla. Nel buio, con gli occhi semichiusi, per metà addormentato, lo cerco. Lo trovo, guidato dalla luce che si è accesa mentre continua il motivetto della suoneria. Non guardo nemmeno il nome.
«Pronto?» rispondo con la voce rauca.
«Ciao Ale'». E' Daniele, parla con un filo di voce.
«Che cazzo vuoi?»
Silenzio. D'un tratto mi rendo conto che singhiozza. «Che è successo? Che cazzo hai combinato? We, stronzo, parla! Non mi chiami alle due di notte per farmi sentire le tue lacrime».
«Matteo... Matteo è in ospedale».
«Cristo!».
Matteo è il mio migliore amico. Matteo è un grande, sebbene i tanti problemi. Matteo si buca. Matteo non è un idiota. Matteo è uno stronzo. I miei occhi stanno piangendo prima ancora che io me ne renda conto, mentre riattacco dicendo «Arrivo». Cerco i miei vestiti.
Stasera non sono uscito. Forse, se ci fossi stato... Da quando sto con Nadia vedo di meno i miei amici di sempre, il mio vecchio gruppo, la mia "famiglia allargata". Nadia non li sopporta, dice che Matteo è un poco di buono, uno che "vive per farsi". Dice che Matteo non ha rispetto per nessuno. Una volta ne ho parlato con lui. Lui mi ha sorriso amaramente. «Nadia ha ragione, stai con lei, non te la lasciare scappare». Matteo alle donne ci pensa poco. Se ne fa una a sera in certi periodi, in altri non vuole nessuno attorno, al massimo gli amici più stretti. Dice che a "vent'anni non c'è già più abbastanza tempo per ridere", che "basta un soffio e si diventa grandi senza rendersene conto". Lurido figlio di puttana! La realtà è che, da quando Clara ti ha mollato, non te ne sei mai fatto una ragione.
Che cazzo ti passa per la testa quando ti butti in vena quella merda? Infilo i jeans.
Sembra strano, se non fosse stato per Teo (Matteo), quella merda me la sarei presa anch'io. Invece, ha sempre cercato di farmi stare lontano anche dalle sigarette. Mi dice di continuo: «questa merda ti ammazza», poi fa un tiro e la getta via. Però, io ho solo quel vizio: la mia vita, al momento, è tabacco e Nadia. Al massimo qualche canna ogni tanto. Mi infilo il maglione, al contrario, lo tolgo, lo rimetto dritto.
Mi chiedo cosa ti succederà ora. I tuoi adesso dovranno ammettere tutto, dovranno guardarti, addentrarsi nel vicolo buio dei tuoi occhi neri. Noi, "l'altra famiglia", non ce l'abbiamo fatta a starti dietro, a raccogliere i tuoi pezzi. Loro, tua madre e tuo padre, non ne hanno avuto il tempo. Tuo padre ha troppo lavoro da sbrigare. Però ti ha comprato un'auto nuova. Tua madre è troppo impegnata ad andare a letto con qualcun'altro. Da quando si sono separati, dici che non te ne frega più un cazzo, ma non è vero. Tu ci pensi. Ci pensi di continuo. Per te, non è importante chi c'è, ma chi non c'è. Come Clara. Metto le scarpe e prendo la vespa. Lo sai com'è quest'affare, ci vuole un po' perchè parta, ma sto arrivando, amico mio, arrivo, davvero. Io ci sono.
Non morire, brutto stronzo! Sto correndo.
La città è deserta, tiro la manopola dell'acceleratore al massimo. Devo fare presto. Quante volte ce ne siamo andati in giro su questo ferrovecchio? Questo macinino me l'hai regalato tu. Tu li puoi fare questi regali, eh Teo? Tu non hai problemi di soldi. E' per questo che dici che non sono importanti. No, non è vero. Per te davvero non contano un cazzo. Tuo padre non credeva certo di allevare un comunista coi rasta. Ora che dovrà ammettere che sei un tossico, cosa dirà?
Ti sto parlando nella testa, mi senti? Ti voglio bene Teo.
Matteo è più grande di me di tre anni. Mi ha cresciuto come un fratello minore. Mi ha insegnato a suonare la chitarra e a rullare una canna. Mi ha fatto leggere i libri migliori. Ha cercato di darmi una cultura cinematografica, ma io ho bisogno di rilassarmi davanti alla tv.
Non ti muovere di lì, sto correndo. Un altro paio di chilometri. Sto correndo.
Sto piangendo, sento la faccia bagnata e fredda. C'è un pioggerellina leggera. Le lacrime volano via e si perdono sull'asfalto alle mie spalle.

Non me ne sono accorto. Il semaforo era rosso. Non mi sono reso conto dell'incrocio. Frenare non è bastato. Ho preso in pieno l'auto che mi passava davanti. L'ambulanza è arrivata subito. Ad attendermi ci sei tu e gli amici che stanno vegliando su di te. Ci siamo tutti. Siamo qui. Io sono in pessime condizioni, ma ci sono. Mi stanno operando. Ho fatto un brutto volo. Daniele, che mi ha svegliato e Carla continuano a chiamarmi, ma non risponde nessuno. Il cellulare non si è rotto. Non sanno ancora nulla. Ad accorgersi che ci sono, ci hanno pensato Carlotta e Paolo. Hanno incontrato mia madre che piangeva, in un corridoio dell'ospedale.
Il resto è stata una banale ricostruzione dei fatti. Figlio di puttana, è colpa tua se sono qua, su questo lettino ghiacciato, con qualcuno che cerca di salvarmi la vita. No, non è vero, ti voglio bene, amico mio. Non voglio morire, ho paura, io non sono forte come te.
Ho freddo. Mi stanno aprendo tutto. Ti ho visto. Non sei così distante da me. Stringi i denti! Quando tutto questo sarà finito, rimetteremo a posto il bolide e ce la spasseremo. Sarà come i vecchi tempi. Andremo al mare, spezzeremo cuori di qualche ragazzina isterica che ascolta Avril Lavigne e pensa d'essere punk. Nadia si arrabbiera da morire. E' gelosa. E' gelosa anche di te. La amo. E' assurdo, ma voi avete molto in comune, nel vostro modo di pensare di muovervi. Parlate entrambi nel sonno. Dille che la amo. Diglielo.

Questa notte c'è un lutto nella nostra "famiglia". Tu ti risveglierai, smetterai di bucarti. Vorrai a tutti i costi esserci per il mio funerale. Avrai una vita da vivere. Ora sei tu che piangi. E i tuoi occhi sono enormi, rispetto al tuo corpo rinsecchito, gonfio solo di eroina e birra. I tuoi occhi sono due palle nere e dense. Sono occhi da squalo. Per te la vita è sempre stata una lotta.
Ti voglio bene amico mio. Davvero. Ora sono io il vuoto che ti porti dentro. Ma sono un vuoto pesante e sconvolgente, ti starò accanto, vivrò con te, nei tuoi ricordi, nelle tue chiacchiere. Sarà la mia voglia di vivere a tenerti a galla. Sei in debito.
Ora vivi, stronzo.