22 maggio, 2007

Grazie

Che dirti, amico mio? Hai ragione. Ma no, manco questo ti si può dire. La ragione, come canti tu, si sa di chi è. E lasciala agli altri e continua a suonare. Intanto, grazie per il testo, grazie per il tuo ultimo concerto e auguri per il tuo compleanno appena passato.



Povera festa ideale - Giuseppe "Spedino" Moffa

Sai come quando
del petrolio ammazza un fiore
il ricordo di un ultimo amore
finito a pezzi di cartone
come uno straccio impolverato
stanco ormai di ripulire
la bellezza che c'è qua

Come un tumore
nello stomaco del mondo
guardato dal balcone accanto
è l'apatia e l'omertà
che ci fa vittime dal giorno
in cui abbiamo inventato
il famoso "e che vu' fa'?"

La santa mazza
di Gesù a Gerusalemme
mi fa invidia perché ebbe
la fortuna d'intuire
guardare in faccia e scagliare
la sua rabbia contro quel
mondo probabile ma forte
che sarebbe diventato
il guaio dell'umanità.

Spesso conviene
fare come una puttana
facendo finta che si ama
dimenticando tutto appena
tie na bella saccoccia chiena

oppure chiudere
gli occhi al paradiso
uno dei tanti di Sorriso
che trovi solo abbandonando
la moneta e il contrabbando
di pensieri decadenti
che hanno la loro vanità

Sognando ovunque
un mondo senza interessi
senza la brama di successi
come un vento che cantando
ti porta lì al balcone accanto
come un paese incontaminato
un fiore vivo sopra un prato
sarebbe come incontrarsi
ad una povera festa.


Avviso: Potete ascoltare questa canzone all'indirizzo http://myspace.com/spedino.

15 maggio, 2007

Bomba?

Il bombarolo - Fabrizio De Andrè

Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.
Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d'un'altra razza,
son bombarolo.
Nello scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l'amnistia.
Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c'è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d'un altro avviso,
son bombarolo.
Intellettuali d'oggi,
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.
Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti,
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un'altra scuola,
son bombarolo.
Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po' del tuo terrore,
del tuo disordine,
del tuo rumore.
Così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente è sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d'un bombarolo.
C'è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l'esplosione
che provasse il suo talento,
c'è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.
Ma ciò che lo ferì
profondamente nell'orgoglio
fu l'immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.

Terroristi tutto l'anno... AAA SCOMUNICA CERCASI

Sono stati giorni faticosi. Abbiamo dovuto preparare le "bombe" prima di poter attaccare. Alla fine, ce l'abbiamo fatta. Bombe di carta che non bruciano nemmeno, ma che non vogliono essere spente.
Abbiamo finalmente trovato un "LAVORO" a tempo indeterminato da LIBERI professionisti. Vabbè, non saremo remunerati. Diciamo che, forse, però, riusciremo a fare il BOTTO! La nostra non sarà una guerra facile, la nostra non è una guerra da vincere, la nostra non è una guerra... ad ogni modo, vale ancora la pena di lottare.
Vogliamo difendere la nostra libertà di parola, di stampa, di opinione, di pensiero. Siamo stanchi dell'inquisizione mediatica a cui è sottoposto chiunque esprima un'idea che sia contraria a quella dei potenti, dei ricchi, dei sovrani. Eppure non è una lotta di classe. E' una lotta di tutti, per tutti, per chi crede ancora in qualcosa, ma anche per chi non ci crede più. E' una lotta ancestrale, una lotta per la propria esistenza, un semplice istinto di sopravvivenza delle nostre menti. E' una lotta per noi, che abbiamo cervelli non omologati alla massa.
Non vogliamo armi, non vogliamo morti. Vogliamo parole per dire chi siamo e cosa pensiamo.
Abbiamo deciso, abbiamo fatto la scelta di scegliere. Non di scegliere con chi stare, ma la scelta di stare con noi stessi e per noi stessi.
E voi cosa aspettate? L'unica cosa da fare è diventare dei Terroristi... per dire "no" a chi ci dice di stare zitti!

Fai un bel click sull'immagine sottostante e scopri tutta l'iniziativa!



Attenzione: Si segnala, inoltre, un'iniziativa passata, ma che fa sempre bene portare avanti a oltranza.

08 maggio, 2007

Introspezione














Ricerco il mio equilibrio e non lo trovo, non so più dove l'ho messo, ma ti dirò stavolta non m'importa, non mi frega di che fine abbia fatto, perchè essere in bilico è la mia costante e vorrei portarti con me, dove nulla è perfetto perchè non c'è bisogno che lo sia. Vorrei amarti al di là dei sogni e delle tue leggende di periferia. Vorrei che tutto possa essere imperfetto e, comunque, giusto anche dentro la tua testa, non solo nel mio cervello malato e instabile. Ho bisogno di una speranza per domani senza che voglia dire nulla, senza grandi significati, ho bisogno di un fottutissimo sorriso che mi mandi al diavolo o mi sappia accettare. Non desidero che ascolti solo me quando parlo, ma che tu sappia ascoltarti prima. E basta con tutte le stronzate, viaggiamo verso qualcosa di grande o non viaggiamo affatto. Voglio estremizzare il mio passato perchè sia passato. Voglio un futuro non del tutto spento. Voglio chiamare i ricordi col loro nome, voglio voltare la carta e che finisca in gloria.


Rettifica delle 11.01: Voglio musica a palla nelle orecchie e mandare a fanculo il mondo!

07 maggio, 2007

Libero mercato

Da ragazzino avevo un amico. Fabrizio Fancinelli, detto "Stecca". Fabrizio era più grande di me di cinque anni. Era un ragazzone magro con la faccia pulita, il muso profetico di chi sa dare le risposte giuste. Era anche un bullo. Non che facesse male a qualcuno, ma gli bastava uno sguardo perchè la gente avesse paura di lui. Aveva occhi chiari, come il ghiaccio. Erano occhi terribilmente duri, quelli di una bestia feroce sempre troppo stuzzicata dalla vita. Faceva il quinto anno, io il secondo. Lui era ripetente.
Per Fabrizio, tutte quelle manifestazioni studentesche, tutte quelle stronzate politiche erano tempo perso. Quando vedeva i ragazzi cominciare le rivolte, se ne fregava. «Nessuno ascolta una miriade di adolescenti sfaticati». Era solo un buon giorno per far sega a scuola, «la scusa giusta - cito testualmente - per un immeritato giorno di vacanza». Lui se ne andava al piccolo bar all'angolo, in fondo alla strada. Nel bar c'era una saletta buia, con un vecchio tavolo da biliardo. Biliardo all'italiana, quello coi birilli. Era un buon giocatore Fabrizio, sarebbe potuto migliorare anche di più. A scuola nessuno l'aveva mai battuto. Io l'avevo conosciuto per caso. L'avevo conosciuto perchè ero una testa calda e perchè ho sempre odiato chi mi pesta i piedi. Fabrizio cercò di buttarmi fuori dal cesso della scuola e io gli dissi semplicemente di "andare a fanculo", seduto sugli scalini davanti al bagno dei professori (adibito a sgabuzzino dei bidelli, dato che gli insegnanti usavano il bagno del piano superiore, quello accanto alle toilette delle donne. Le professoresse si sentivano più sicure, i professori potevano intravedere qualche ragazzina pisciare).
Tutti conoscevano Stecca. In molti pensavano che venisse chiamato così per il gioco elegante sul panno verde. La realtà è che aveva preso il soprannome dato a suo padre, un contrabbandiere di sigarette che era dietro le sbarre.
A Fabrizio, se non eri qualcuno, non si poteva rispondere male. Lui non ti toccava. Erano i suoi amici a pestarti. Almeno in tre o quattro. Non so perchè quel mandarlo al diavolo non mi costò un sacco di lividi. Fabrizio mi sorrise amaramente, con solo metà della bocca, e mi chiese di fumare una canna con lui e i suoi compagni. Era il primo spinello che fumavo. Rollava la canna con lo stesso modo preciso con cui usava la stecca. Cominciai ad entrare nel suo giro.
Iniziai col passare parecchio tempo insieme a Fabrizio. Aveva provato a insegnarmi il biliardo, ma io ero negato. Per tutto novembre si entrò poco a scuola. Passammo insieme molte mattine. Erba, alcol, caffè e biliardo. Fabrizio diceva di odiare suo padre. Invece, lo imitava. Faceva il cameriere quasi ogni sera per aiutare la madre a mandare avanti la famiglia, a crescere la sorella più piccola. Ma non era lavorando tra i tavoli che faceva i soldi. «Con le sigarette - diceva - non si guadagna nulla. Con l'erba si campa, ma non abbastanza». E lui spacciava. Ed io con lui.
La prima volta mi disse che doveva fare un "lavoro" (lui stesso lo chiamò "lavoro", facendo le virgolette con un gesto delle dita). Mi disse di starne fuori, fui io a volerlo accompagnare.
Spacciare è un lavoro sporco, ma molto delicato. Per Fabrizio erano quattro le regole da rispettare. Non dare nell'occhio. Questo significa farsi i cazzi propri e saperseli fare senza che gli altri ne sappiano mai nulla. Farsi di qualcosa di un gradino più leggera rispetto a quello che vendi e mai prima di una contrattazione. Questo vuol dire che quando scambi merce devi essere pulito. Sapere quando smettere. Praticamente, non si può continuare a spacciare di continuo se non vuoi essere beccato. Chiunque è un potenziale acquirente, ma non un acquirente. La gente con cui si fanno affari deve essere selezionata.
Ovviamente, Stecca cominciò a non rispettare nessuna delle quattro regole, lui aveva sempre bisogno di soldi.
Il figlio di puttana fece un gran casino in una sala da biliardo. Doveva lasciare un pacchetto di paste ad un coglione che sarebbe finito dentro la notte stessa. Gli sbirri gli stavano alle costole mentre guidava completamente fatto di eroina. Invece di frenare finì contro un albero quasi abbattendolo. La polizia trovò nella sua macchina un'intera "farmacia". Paste, coca, eroina, crack, fumo, erba. Non potete immaginare con quanta roba se ne andasse in giro quel grandissimo stronzo. Nemmeno io mi sarei mai immaginato che i sedili e tutta la macchina fossero il suo personale magazzino.
In quell'auto ci sarei dovuto essere anch'io. Fabrizio mi disse che ci avrebbe messo pochi minuti e di rimanere con gli altri.
Tutti hanno detto che era stato un incidente, ma Fabrizio non mi ha voluto far crepare con sè. E lo ringrazio per questo e per tutto quello che ha fatto per me. Alla fine mi ha fatto stare fuori dai guai dopo avermeli fatti assaporare.
L'unica pecca e che non smetto di guardare chiunque come un potenziale acquirente, quindi, figlio mio, serviti pure.

06 maggio, 2007

Love... love will tear us apart again...

Sabato 05/05

Giorni strani. Giornata strana, frenetica, bella serata. Nottata di merda, finita a modo suo, senza capire nulla, senza troppo da spiegare, solo un'intesa senza intesa.
Oggi ho scoperto di avere un rimpianto. Non sentirsi apposto con se stessi è triste. Fino ad ora, tornando indietro non avrei cambiato nulla.
Io non voglio essere stronzo.
Oggi ho scoperto che la pioggia sottile del primo mattino non basta a lavare le ferite, tantomeno la coscienza. E cammino a piedi perchè ne ho bisogno, con gli autobus da prendere che mi scivolano accanto, con le serrande dei negozi che vengono aperte mentre passo, con la gente che mi evita, con una canzone nella mente che si muove a dispetto di me, che mi perdo e mi fermo, che rimango indietro. Il cappotto nero si muove trasportato dal vento, lo sento schiacciarmi, come ali difficili da sollevare. Sono ali tarpate le mie, sporche, appesantite dalla pece indurita e nera, addossate ad un corpo tarlato.
Mi porto dietro la stanchezza di sempre, mi porto dietro gli anni di esperienza che non ho, mi porto sulle spalle gli sbagli, anche quelli non miei. Eppure solo oggi solo uno mi pesa. E' andata com'è andata...
Schivo gli sguardi ai miei occhi arrossati dalla spossatezza, cammino a rilento, sotto la pioggia sottile che mi bagna, asciugando le mie lacrime stagnanti.


Domenica 06/05
Apatia.

01 maggio, 2007

Pubblicità regresso

L'Italia è grande! L'Italia è la patria di grandi cose. L'Italia è il paese delle grandi difformità! Ma viva la grande Italia!
Si si, l'Italia! La nostra grande Italia.
Noi produciamo grandi auto, con motori potentissimi... e abbiamo i limiti di velocità tra i più bassi al mondo... ma fatti apposta per poterli superare con le nostre auto superveloci, magari ubriachi... almeno siamo più rilassati! Beh, però, col vino nostrano, vino italiano, vino buono! Perchè l'alcol è legalissimo, ma una canna no!
Noi, siamo fatti così, noi abbiamo il Vaticano, noi siamo Cristiani, personcine garbate... che violentano i bambini dell'asilo, che vanno all'estero in cerca di turismo sessuale, con il papa che non crede nell'evoluzionismo di Darwin! E no, Cristo non poteva venire dalle scimmie, ma scimmiottarlo è lecito, solo che lui diceva «lasciate che i bambini vengano a me», non «lasciate che io venga nei bambini». Chi diceva il contrario era Michael Jackson!
Ma si, va bene così... noi siamo contro le unioni di fatto e abbiamo i parlamentari che i DICO ce li hanno, ma votano contro (mistero della fede?).
Noi... noi paghiamo il canone Telecom, ma le linee della SIP le ha costruite lo stato, che saremmo sempre noi! Noi, che la Telecom la diamo alle banche estere, perchè in Italia l'abbiamo quasi distrutta. Noi che siamo un paese tecnologicamente arretratissimo... e ci lamentiamo che poi il papa non crede nell'evoluzionismo! Noi, laici, che non facciamo guerra al papa quando si INTROMETTE nei fatti ITALIANI e non del Vaticano!
Noi, che celebriamo come eroi i militari morti in missioni all'estero che chiamiamo di pace... ma vorrei vedere se uno viene con un mitra a casa vostra quanto gli parlate di pace! Noi, che poi se muore un operaio preferiamo guardare il Grande Fratello!
E la TV... la mamma TV... ormai figlia unica di nonno Silvio. No no, di politica non parlo, ma forse qualcosa la DICO!
Noi, che succedono fatti gravi (vedi la morte di un po' troppo operai, vedi la rivolta cinese a Milano) e facciamo ore e ore e ore di "Porta a porta" e "Matrix" su vallettopoli e Cogne! Noi, gente a cui i cambiamenti mondiali non interessano, meglio il culo di una velina e sapere con chi sta... maledetta sia la "Cultura moderna". Noi, che il giornalismo lo affidiamo a Mentana, Vespa e al "piccolo" Emilio Fede!
Ma io non lo so più se voglio fare il giornalista con questi esempi qui! Ma guardiamoli un secondo uno per uno.
Emilio Fede. Emilio fede il ciuffo tinto del giornalismo nostrano. Un tizio che dirige un TG che dovrebbe stare sul satellite e si lamenta se nel servizio non c'è SOLO lui!
Enrico Mentana. Il cocciante in bianco e nero dell'informazione televisiva. Uno simpaticone che odia i disturbatori televisivi e ci fa una serie di puntate nel suo show televisivo.
Bruno Vespa. Il neo più grande di mamma RAI. Basta. Porco dio, basta! Io invito tutte le mamme italiane a non uccidere più i loro bambini, invito ogni maniaco omicida ad espatriare... toglietegli il lavoro che non ce la faccio più! Bastaaaaaa!
Io ho visto! Ho visto cassintegrati comprarsi una TV al plasma 42". QUARANTADUE! Ma si, compriamolo questo 42"... chi se ne frega se non si mangia per qualche mese? E mi ci faccio pure l'abbonamento a SKY! PORCO DIO!
Io ho visto! Ho visto per anni una casalinga moglie di operaio cambiare la propria figlia dieci volte al giorno per anni, con vestiti sempre nuovi... e poi lamentarsi che, diventata adolescente, voleva sempre i vestiti nuovi! PORCO DIO!
E come si fa a non dare ragione a Ratziger? Come si fa a credere nell'evoluzionismo se il cervello umano sta regredendo?
Io ho visto tanta di quella figa... tutta stretta in un tubo catodico... e poi ho sentito gente lamentarsi dei porno in TV... mentre milioni di veline affollano la mia televisione! PORCO DIO!
Noi, noi che ci lamentiamo dell'effetto serra, della siccità... però poi siamo uno dei paesi col maggior numero di auto del mondo! Noi, che abbiamo la FIAT e ci lamentiamo del problema petrolio. E già... perchè non tutti sanno che ci sono carburanti alternativi per cui la FIAT ha fatto motori da anni! E non sto parlando di metano e idrogeno, no no, sto parlando dell'alcol! E non sto parlando di prototipi! Ma di auto vere e proprie che in Brasile la FIAT già fa insieme a General Motors. Ed inquinano meno della benzina o del gasolio!
Noi, un paese che acquista l'energia elettrica da mezzo mondo... ma che è contro alle centrali nucleari... perchè, se di una morte si deve morire, meglio morire soffocati dalle centrali a carbone e comprare l'energia da Francia e Germania!
Noi, che assolviamo Berlusconi... (e qui non DICO altro).
Noi, popolo giustizialista che la giustizia non la fa mai! Noi, che votiamo un po' a destra e un po' a sinistra... per par condicio!
Noi... che viva la FIGA e il calcio alla TV! Ma si... viva l'Italia!
Noi, costretti a dire FORZA AZZURRI ai mondiali di calcio... noi, con un concetto strano di CASA e di LIBERTA'! Perchè la casa comincia ad essere più che altro un sogno e la libertà mera utopia!
Viva l'Italia...

PS: e caro FUNARI, una cosa la voglio dire pure a te... che sei tornato in televisione... SONO ARRIVATO PRIMA IO con la MIA APOCALISSE!

MONDO vs FIGA... 2 fisso...




















...
durk: ma, secondo te, la figa sta distruggendo il mondo?
Kei-chan: non è una domanda, è un'affermazione: LA FIGA STA DISTRUGGENDO IL MONDO!
durk: no, ti spiego... io guardavo il video di Avril Lavigne, quella che viene definita la troietta... pardon, la reginetta del punk. Nel video dimostra che la cosa giusta da fare è rubare il ragazzo ad un'altra con qualsiasi mezzo, soprattutto facendo la troia... e soprattutto se l'altra è sfigata, brava e diligente!
... no, cioè, i punk che conoscevo io si limitavano ad essere bestie che ruttavano, pisciavano, pogavano e spaventavano le vecchiette!
Kei-chan: e correvano nudi per le strade... ragazzotti brutti, skate, chitarre...
durk: si professavano valori come l'anarchia
Kei-chan: ...birra e polsini...
durk: libertà, sesso selvaggio, rutto libero...
Kei-chan: si...
durk: niente ipocrisia...
Kei-chan: ...sesso, pizza e musica....
durk: niente religione! LA FIGA AMMAZZA IL MONDO!
...

30 aprile, 2007

Il peso delle parole

Se mi dici "addio", devi sapere cosa vuol dire.

28 aprile, 2007

...dal tempo perso

















Dedicato (Loredana Bertè)

Ai suonatori un po' sballati
ai balordi come me
a chi non sono mai piaciuto
a chi non ho incontrato
chissà mai perchè
ai dimenticati
ai playboy finiti
ed anche per me

A chi si guarda nello specchio
e da tempo non si vede più
a chi non ha uno specchio
e comunque non per questo
non ce la fa più
a chi ha lavorato
a chi è stato troppo solo
e va sempre più giù

A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai
dedicato ai cattivi
che poi così cattivi non sono mai

Per chi ti vuole una volta sola
e poi non ti cerca più
dedicato a chi capisce
quando il gioco finisce
e non si butta giù
ai miei pensieri
a come ero ieri
ed anche per me

E questo schifo di canzone
non può mica finire qui
ai miei pensieri
a com'ero ieri
ed anche per me

23 aprile, 2007

16 aprile, 2007

Don't stop














Due di notte. Il cellulare squilla. Nel buio, con gli occhi semichiusi, per metà addormentato, lo cerco. Lo trovo, guidato dalla luce che si è accesa mentre continua il motivetto della suoneria. Non guardo nemmeno il nome.
«Pronto?» rispondo con la voce rauca.
«Ciao Ale'». E' Daniele, parla con un filo di voce.
«Che cazzo vuoi?»
Silenzio. D'un tratto mi rendo conto che singhiozza. «Che è successo? Che cazzo hai combinato? We, stronzo, parla! Non mi chiami alle due di notte per farmi sentire le tue lacrime».
«Matteo... Matteo è in ospedale».
«Cristo!».
Matteo è il mio migliore amico. Matteo è un grande, sebbene i tanti problemi. Matteo si buca. Matteo non è un idiota. Matteo è uno stronzo. I miei occhi stanno piangendo prima ancora che io me ne renda conto, mentre riattacco dicendo «Arrivo». Cerco i miei vestiti.
Stasera non sono uscito. Forse, se ci fossi stato... Da quando sto con Nadia vedo di meno i miei amici di sempre, il mio vecchio gruppo, la mia "famiglia allargata". Nadia non li sopporta, dice che Matteo è un poco di buono, uno che "vive per farsi". Dice che Matteo non ha rispetto per nessuno. Una volta ne ho parlato con lui. Lui mi ha sorriso amaramente. «Nadia ha ragione, stai con lei, non te la lasciare scappare». Matteo alle donne ci pensa poco. Se ne fa una a sera in certi periodi, in altri non vuole nessuno attorno, al massimo gli amici più stretti. Dice che a "vent'anni non c'è già più abbastanza tempo per ridere", che "basta un soffio e si diventa grandi senza rendersene conto". Lurido figlio di puttana! La realtà è che, da quando Clara ti ha mollato, non te ne sei mai fatto una ragione.
Che cazzo ti passa per la testa quando ti butti in vena quella merda? Infilo i jeans.
Sembra strano, se non fosse stato per Teo (Matteo), quella merda me la sarei presa anch'io. Invece, ha sempre cercato di farmi stare lontano anche dalle sigarette. Mi dice di continuo: «questa merda ti ammazza», poi fa un tiro e la getta via. Però, io ho solo quel vizio: la mia vita, al momento, è tabacco e Nadia. Al massimo qualche canna ogni tanto. Mi infilo il maglione, al contrario, lo tolgo, lo rimetto dritto.
Mi chiedo cosa ti succederà ora. I tuoi adesso dovranno ammettere tutto, dovranno guardarti, addentrarsi nel vicolo buio dei tuoi occhi neri. Noi, "l'altra famiglia", non ce l'abbiamo fatta a starti dietro, a raccogliere i tuoi pezzi. Loro, tua madre e tuo padre, non ne hanno avuto il tempo. Tuo padre ha troppo lavoro da sbrigare. Però ti ha comprato un'auto nuova. Tua madre è troppo impegnata ad andare a letto con qualcun'altro. Da quando si sono separati, dici che non te ne frega più un cazzo, ma non è vero. Tu ci pensi. Ci pensi di continuo. Per te, non è importante chi c'è, ma chi non c'è. Come Clara. Metto le scarpe e prendo la vespa. Lo sai com'è quest'affare, ci vuole un po' perchè parta, ma sto arrivando, amico mio, arrivo, davvero. Io ci sono.
Non morire, brutto stronzo! Sto correndo.
La città è deserta, tiro la manopola dell'acceleratore al massimo. Devo fare presto. Quante volte ce ne siamo andati in giro su questo ferrovecchio? Questo macinino me l'hai regalato tu. Tu li puoi fare questi regali, eh Teo? Tu non hai problemi di soldi. E' per questo che dici che non sono importanti. No, non è vero. Per te davvero non contano un cazzo. Tuo padre non credeva certo di allevare un comunista coi rasta. Ora che dovrà ammettere che sei un tossico, cosa dirà?
Ti sto parlando nella testa, mi senti? Ti voglio bene Teo.
Matteo è più grande di me di tre anni. Mi ha cresciuto come un fratello minore. Mi ha insegnato a suonare la chitarra e a rullare una canna. Mi ha fatto leggere i libri migliori. Ha cercato di darmi una cultura cinematografica, ma io ho bisogno di rilassarmi davanti alla tv.
Non ti muovere di lì, sto correndo. Un altro paio di chilometri. Sto correndo.
Sto piangendo, sento la faccia bagnata e fredda. C'è un pioggerellina leggera. Le lacrime volano via e si perdono sull'asfalto alle mie spalle.

Non me ne sono accorto. Il semaforo era rosso. Non mi sono reso conto dell'incrocio. Frenare non è bastato. Ho preso in pieno l'auto che mi passava davanti. L'ambulanza è arrivata subito. Ad attendermi ci sei tu e gli amici che stanno vegliando su di te. Ci siamo tutti. Siamo qui. Io sono in pessime condizioni, ma ci sono. Mi stanno operando. Ho fatto un brutto volo. Daniele, che mi ha svegliato e Carla continuano a chiamarmi, ma non risponde nessuno. Il cellulare non si è rotto. Non sanno ancora nulla. Ad accorgersi che ci sono, ci hanno pensato Carlotta e Paolo. Hanno incontrato mia madre che piangeva, in un corridoio dell'ospedale.
Il resto è stata una banale ricostruzione dei fatti. Figlio di puttana, è colpa tua se sono qua, su questo lettino ghiacciato, con qualcuno che cerca di salvarmi la vita. No, non è vero, ti voglio bene, amico mio. Non voglio morire, ho paura, io non sono forte come te.
Ho freddo. Mi stanno aprendo tutto. Ti ho visto. Non sei così distante da me. Stringi i denti! Quando tutto questo sarà finito, rimetteremo a posto il bolide e ce la spasseremo. Sarà come i vecchi tempi. Andremo al mare, spezzeremo cuori di qualche ragazzina isterica che ascolta Avril Lavigne e pensa d'essere punk. Nadia si arrabbiera da morire. E' gelosa. E' gelosa anche di te. La amo. E' assurdo, ma voi avete molto in comune, nel vostro modo di pensare di muovervi. Parlate entrambi nel sonno. Dille che la amo. Diglielo.

Questa notte c'è un lutto nella nostra "famiglia". Tu ti risveglierai, smetterai di bucarti. Vorrai a tutti i costi esserci per il mio funerale. Avrai una vita da vivere. Ora sei tu che piangi. E i tuoi occhi sono enormi, rispetto al tuo corpo rinsecchito, gonfio solo di eroina e birra. I tuoi occhi sono due palle nere e dense. Sono occhi da squalo. Per te la vita è sempre stata una lotta.
Ti voglio bene amico mio. Davvero. Ora sono io il vuoto che ti porti dentro. Ma sono un vuoto pesante e sconvolgente, ti starò accanto, vivrò con te, nei tuoi ricordi, nelle tue chiacchiere. Sarà la mia voglia di vivere a tenerti a galla. Sei in debito.
Ora vivi, stronzo.

15 aprile, 2007

Tempi morti

E' passato un po' di tempo. Ora non ci sei. Stai dormendo in quel letto che qualche volta abbiamo condiviso. Un letto singolo, ad una sola piazza, con le lenzuola stropicciate, troppo piccolo per tutti e due. Non volevo mai restare, non sono a mio agio in un letto che non è il mio, ma poi la voglia di te è sempre stata troppa. Anche io dormirò, tra poco, nel mio letto che conosci, quello in cui dormivamo nudi, sudati, caldi. Anche il mio è singolo e in due ci si dorme male, ma con te era sempre stupendo.
Ho guardato le tue foto, quelle che ti ho scattato. Poi le nostre, insieme in stazione, ad una festa, tra i banchi dell'università, che abbiamo preso entrambi sotto gamba. E' stato un caso. In realtà cercavo altro. Forse, inconsciamente ti cerco ancora. Mi è venuta in mente la prof. di storia contemporanea che ci trattava come fossimo fidanzati. Ma io e te non stavamo insieme. Nella tua vita c'è sempre stato poco posto, qualche volta anche per te stessa. Stringersi non sempre è possibile.
Non ti rimproverò, sai già come la penso, mesi e mesi di litigi sono bastati, anche se ancora mi vengono le lacrime agli occhi se penso a tutti quei casini, accumulati anche in breve tempo; lo sapevamo che doveva finire là.
Lui lo raggiungevi ogni fine settimana, ogni fottuto fine settimana e io ci stavo di merda, e tu t'incazzavi quando ti chiamavo. Ma tu non hai mai capito. Non volevi sentire ragioni, lui... lui non lo "potevi" lasciare, non volevi. E' sempre stato tutto un gran casino, un casino a cui, ora, non mi va di pensare, un casino che sta violentando la mia mente. Tu sapevi e non volevi ammettere, io capivo e facevo finta di nulla. Mi dico ancora "è così che andata, punto e basta". E ti giuro che non ho rimpianti, rivivrei ogni momento allo stesso modo perchè è vero che certe cose non si possono cambiare e che vanno come vanno, che si lotti o meno. E io ho lottato, sono stato paziente. No, non mi sono ancora arreso, non ho gettato la spugna. Mi sento solo ridicolo. Non è colpa tua, è una cosa mia. Tu lo sai che ho la testa dura, lo sai che sono terribilmente orgoglioso. Sono uno che non ha più tanta voglia di lottare, nemmeno per quello per cui varrebbe la pena.
Non ho mai capito cosa diavolo ti piacesse di me. Di te... di te ho sempre adorato tutto. Beh, quasi. Ho odiato quel tuo cellulare che suonava sempre nel momento sbagliato, ma io i miei momenti me li sono presi, me li sono gustati, per quanto siano stati vittorie effimere. Ogni tanto ritorni, io reagisco duro, o almeno ci provo. Poi mi addolcisco perchè non riesco a resistere troppo a lungo. Tu vinci sempre con quel tuo sguardo triste, quasi come il mio. Penso sia l'unica cosa che abbiamo in comune.
Ci siamo conosciuti per caso. Io cercavo di fare amicizie nuove in questa città "straniera". Tu facevi lo stesso. Quando ci hanno presentati, mi sembrava di conoscerti. Io faccio sempre delle gran figuracce. Come potevo conoscere una persona in una città per me nuova? Quindi sono stato zitto. E, invece, vedi il caso? Sei stata tu a riconoscermi... "ma tu non sei l'ex ragazzo di...?"... "ehm, già". E poi ho fatto finta di non ricordarmi di te e abbiamo riso. E tu sei radiosa quando ridi. Tra tutte le persone che potevo incontrare, sei capitata proprio tu che conoscevi chi non avevo alcuna voglia di ricordare, almeno in quel periodo. Questione di sfortuna?
Poi, lo sai che ti ho sempre adorata. Il tuo modo di camminare, di ridere, di muoverti, il tuo accento un po' straniero, il trovare qualcuno che sapesse da dove venivo, di quello di cui parlavo.
"BellaNapoli" l'aveva capito praticamente subito e un po' mi sfotteva. Io facevo finta di nulla.
"E' solo un'amica", "ma che cazzo dici? Ha il ragazzo", "ma no, è impressione tua". Quante volte le ho dette queste cose agli amici, a me stesso.
Ho sempre negato tutto. Ho sempre detto che era tutta una stronzata, un film che gli altri si facevano in mente e che io rifiutavo di vivere. Quello del terzo incomodo è un ruolo che non mi si addice.
Passavamo insieme il nostro tempo, uscimmo con dei nostri amici. Al mio vecchio coinquilino piacevi (mi è sempre stato un po' sul cazzo), me n'ero accorto, cercò di stare accanto a te tutta la sera. Io me ne stavo in disparte, poi eri tu a farmi ridere. E io ti osservavo, bellissima, come sempre.
Poi in aula, una volta appoggiasti la testa sulla mia spalla. E io ti accarezzavo i capelli. Il professore di diritto era di una noia mortale e non si capiva bene cosa dicesse con quella sua voce bassa e rauca. Mi voltai a guardarti, tu mi guardavi. Ci osservavamo dritti negli occhi, in uno sguardo complice di qualche istante. Diventammo rossi, ci venne un po' da ridere. La scena si è ripetuta a Piazza Farnese, sotto l'ambasciata francese, ma non eravamo soli. E chi era con noi era di troppo. Ci interruppe mentre mi perdevo nei tuoi occhi, mentre i nostri visi si avvicinavano lenti, senza sfiorarsi. E poi a ridere.
Al parco, a piazza Vittorio Emanuele, mi accarezzavi la testa, mentre ero steso sulle tue gambe e facevo battute stupide, solo per vederti ridere. Mentre camminavamo verso una panchina ti presi la mano. "Dai, è una bella giornata, siamo soli tu ed io (ce ne andammo prima dalla lezione di Sociologia), facciamo finta di essere fidanzati", e ciondolavo il braccio insieme al tuo.
Poi tu eri appena tornata dal fine settimana col tuo ragazzo. Io ero a Termini col mio ex coinquilino, quello a cui piacevi. Avevo passato tutto il giorno in facoltà. Ero stanco, ma ti aspettavo. Poi, camminammo tutti e tre insieme, verso piazza della Repubblica. Ci fermammo alla fontana e aspettammo che il tizio si sentisse abbastanza di troppo perchè ci abbandonasse. Mentre lui tornava a casa, noi percorremmo a piedi tutta via Nazionale, fino a piazza Venezia. Io volevo darti la giacca, ma tu non volevi. Avevi paura che prendessi freddo io, che avevo sotto solo una camicia, almeno così dicesti.
Parlavamo tanto io e te. Cominciammo a camminare abbracciati. Il freddo dell'autunno già inoltrato si faceva sentire, quantomeno di sera. Ce ne andammo sulle panchine davanti al Campidoglio, quelle vecchie rovine romane.
Ti stringevo. Ti facevo i massaggi sul collo perchè eri stanca. Ti sei voltata. Non c'era nessuno ad interromperci, solo noi, soltanto noi nella penombra della sera, in una città nuova, dove nessuno sapeva nulla, dove a nessuno importava niente di noi. Tutto era perfetto, solo nostro, un fatto tra me e te, un segreto. Baciarti è sempre stato indescrivibile. E' sempre stato come perdersi in te. E' più ti baciavo, più mi ubriacavo della tua essenza, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi, dei tuoi capelli biondi. Mi scavavo una nicchia nella tua anima, almeno ci provavo.
Poi chiamò lui, io fumavo incazzato, geloso. Presi a baciarti sul collo, tu mi mettevi un dito sulla bocca per farmi stare zitto. Quante volte avresti ripetuto quel gesto nei giorni seguenti. Quanto avrei voluto urlare.
Il resto lo sappiamo noi, solo noi. Il nostro rincorrerci, il mio non trovarti. Ogni tanto ci baciamo, di sfuggita. Poi ti perdo. Poi mi manchi. Poi... prima o poi... basta...

14 aprile, 2007

Soluzione alternativa

Il mio ultimo post, "Passo in avanti...", ha letteralmente scioccato tanti lettori. Molta gente mi ha riferito di non riuscire a commentarlo, che certe cose è meglio dirle in faccia o, comunque, non dove tutti possono leggerle.
A me questo post piace. Per dirla tutta, non so nemmeno fino a che punto parli di suicidio, forse non ne parla proprio.
Invece, basta un accenno all'immagine tragica della propria morte e tutta l'autocritica che mi sono fatto, passa in secondo piano e la gente non la nota. Tutta la mia "filosofia da terza elementare" non conta nulla. Rimane davvero il "vuoto", tutto diventa sul serio "blaterare al vento". E' una buona cosa perchè era quello che volevo. E questo non è per dirmi che sono stato bravo, ma sono contento di essermi nascosto bene. Il mio scrivere su questo blog è un grande esperimento che, qualche volta, mi aiuta a mettere a fuoco le cose che mi porto dentro.
Eppure mi era sembrato d'essere stato abbastanza chiaro. Come un assassino che vuole essere scoperto, ho lasciato molti indizi. Il "vuoto" l'ho messo lì, c'è scritto. Pensavo si capisse che "il baratro infernale" è interno ed il "salto" è solo una ricerca di se stessi, magari velata sotto un "rito" estremo e macabro, simile a quello del suicida. Guardarsi dentro può fare molto male e, talvolta, è difficile dire le cose apertamente, almeno per me. Sconvolgere le persone con il proprio "io", può essere peggio di un semplice "suicidio".

12 aprile, 2007

Passo in avanti...

Ciao. Stasera siamo rimasti io e te. Siamo qui, seduti ad aspettare il nulla... e che passi presto, a portarci via. Sono venuto a chiederti quand'è che siamo cresciuti, quand'è che io sono diventato quel pezzo di merda che non riesce a sopportarsi da solo, figuriamoci ad essere apprezzato dagli altri. Sputo rabbia in faccia alla gente e non capisco dove vado a parare. In realtà ce l'ho con me stesso. Ora sono immobile, davanti a questo baratro infernale che è la mia anima.
Sono qui con la mia filosofia da terza elementare e tu che non mi guardi nemmeno, guardi il vuoto che ottenebra cuore e mente. A che punto siamo arrivati? Parliamo e non diciamo più nulla di sensato. Stiamo perdendo significato. Abbiamo smesso di ascoltare, di osservare, soprattutto. Mi sembra di essere in una favola malinconica che odora di naftalina. Cosa stiamo cercando? Un approdo sicuro? Ma siamo instabili. Tu lo sai, io sono un'isola che si muove. Quando sono fermo sto male. Odio avere bisogno di qualcuno, odio per avere bisogno di qualcuno. Qualche volta ho amato.
Tutto quel casino, tutto quel discutere, quel mio blaterare al vento di libertà, quel dire sempre la propria e dire sempre quel che si pensa, senza mentire, senza stronzate, dritto in faccia e senza addolcire la pillola... a cosa è servito? Siamo onesti, tu nemmeno mi ascolti, vecchio mio. Guardi ancora il cielo sopra la tua testa qualche volta? Hai notato che ha perso brillantezza, luce, anche un po' di colore. Sta davvero diventando tutto grigio. E' per questo che non metti più il naso per aria, vero?
E' ora di smetterla di girarci in torno. Sappiamo quello che dobbiamo fare. Adesso hai 42 anni. Hai fatto tutto quello che volevi. Hai sempre fatto quel cazzo che ti pare e sei vissuto da dio. Sei davvero stato un dio. Eppure non ti sei mai reso conto che un dio è uno solo. Uno soltanto. Tu sei solo. Hai raggiunto il vertice della piramide della tua vita, sei così in alto che quasi stai volando. Ti senti perfetto, ma non lo sei e non lo sarai mai.
Quando eri ragazzo, quando eri me, hai sempre detto che dio non era perfetto. Che dio era un figlio di puttana altezzoso, bastardo, vendicativo e insicuro. Ha solo fatto la voce grossa e ha deciso cosa è bene e cosa è male. Tu gli hai solo fottuto il posto.
Quando io e te eravamo uniti, dicevi che la perfezione era squallida, perchè è utopica. La perfezione non esiste perchè siamo stati creati da un dio imperfetto. Se dio fosse stato perfetto ci avrebbe creati tutti uguali, tutti identici come gocce d'acqua, tutti felici. Ma dio non è perfetto. Dio è caos. Dio è un coglione. E' un insicuro che ha bisogno di essere pregato per fare le cose. Si, dio è come te. Grandissimo figlio di puttana, ci sei riuscito: sei davvero un dio. E sei solo. Sei solo perchè non riesci a farti bastare di essere dio. E' questo che ti rende un gradino superiore a lui. Tu ti annoi prima e senza scatenare stupide alluvioni o enormi cataclismi. Maledetto stronzo, non ti accontenti mai.
Sai perchè hai sempre sputato merda in faccia agli altri? Perchè erano migliori di te. Già. Pensa se dio avesse lasciato fare al diavolo. Magari la Terra, questo pianeta ignobile che va alla deriva, sarebbe PERFETTAMENTE tonda. Magari non saremmo soli, faremmo orge e saremmo meno ottusi. Invece no. Viviamo in un mondo imperfetto dove la gente è altamente "giusta". Viviamo in un mondo di puritani (per lo più cattoloci) e perbenisti che hanno un terribile bisogno di perdizione. E la inseguono a tutti i costi! Eh, amico mio, è proprio un mondo di merda quello che hai voluto. Perchè anche tu l'hai voluto: tu, in quanto dio, non l'hai cambiato.
Tu hai fatto sentire gli altri peggiori di te (si, lo ammetto, qualche volta hai avuto ragione) perchè, quando davvero arriverà il giorno del giudizio (se mai esiste), tu ti potrai mettere a confronto con gli altri e stare di una tacca più in alto. Se gli altri ammettono di essere inferiori, tu devi per forza essere superiore. E ci riesci!
Praticamente, cerchi di essere un dio per redimere un dio. E qui ti frega con il peccato di superbia, ma non è superbia se gli altri sanno che tu sei il numero uno.
Il fatto è che non importa se sei il numero uno. Il fatto è che importa solo a te.
No, non voglio rimproverarti. E' inutile che ti specchi nei miei occhi vuoti. Non troverai più nulla perchè i miei occhi sono i tuoi.
Su, smettiamola. Raggiungiamo la perfezione. Basta smettere di essere dio. Basta un salto nel vuoto.

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Spiegazione: per chi non lo sapesse, qualche anno fa, una mia goliardica amica ebbe la bella idea di farmi le carte. Si, insomma, i tarocchi. Non che io ci creda (anche se, una volta, una tizia che me li ha letti, ci ha preso... interpretando). Io sono scettico, ateo, presuntuoso e credo solo in ciò che vedo. E quello che non posso (ancora) vedere, lo invento. Secondo questa persona, io morirò a 42 anni suicida dopo aver fatto qualcosa di grande. Magari è vero.