21 maggio, 2008

Sono fatto a cazzo

Guardo fuori dalla finestra. Ho spento le luci dentro. Ho mal di testa e sto meglio se sto al buio.
Fuori viene giù il cielo. In alcuni momenti sembra che qualcuno si stia divertendo a buttare giù secchiate dal tetto.
Vado in cucina. Al buio, apro il frigo. Prendo del succo di frutta alla pesca. Bottiglia nuova, la sbatto, la agito. Prendo un bicchiere pulito, lo poso sul mobile. Do l'ennesima occhiata in strada, piove da ore, da ieri sera, praticamente non ha smesso mai. Ha diminuito, ora però ha preso un bell'andazzo. Sembra un diluvio. Prendo il succo di frutta, apro la bottiglia, bevo. Guardo il mobile. Vedo il bicchiere. Lo rimetto a posto. Ho la testa altrove.
Fuori continua a buttare giù pioggia a non finire. Cambio finestra. Torno in camera. Il panorama non cambia. Le auto passano veloci sulla strada principale, sfrecciano, spariscono, oltre la mia visuale. Fanno il classico rumore delle auto che corrono sull'asfalto fradicio. Corrono, non c'è tanta gente in giro. Nessuno va nelle stradine interne del quartiere, pochi, molto meno del solito. Il rombo degli autobus si sente ancora di più quando c'è meno rumore in giro.
La pioggia è fitta, gocce grandi di scariche violente si alternano a uno sfreccio continuo di aghi d'acqua. Lo scroscio è continuo.

Mi viene in mente una canzone di Guccini, la canticchio nella mia mente. "E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai...".
Il gatto gioca. La sera la passo con lui, a lanciargli il cordino, a farglielo rincorrere, a strapparglielo via e ricominciare daccapo. E giù di seguito. Mi piace 'sto gatto, mi ci sto affezionando. Siamo simili, io e gatti. Mi sa che in qualche vita precedente ero un fottuto felino: stavo indubbiamente meglio.
Con Lei, ho litigato. Non ho ben capito perchè. Abbiamo discusso nel pomeriggio, al telefono, cosa che odio. Non è trattabile in questo periodo. Io, alla fine, lo divento meno di Lei. Sticazzi. Non è per vendetta, è che m'incazzo quando non capisco. Mi da contro praticamente sempre, ogni volta che c'è qualcosa che non le va. Sticazzi come sopra. Lei dice che capisco. Invece, no, non capisco. Mi dice cose che non penso. Mi dice cose che non sono. Mi chiedo, se le pensa che io possa avere certe cose in testa, che diavolo di connessioni sinaptiche ha? Sono paranoico, questo è vero, schizzato no.

Ho bisogno di spazio, Lei pure. Non troviamo il giusto accordo.

Il gatto sparisce, lo ritrovo infilato sotto il piumone del letto del mio compagno di stanza. Lo faccio uscire. Non dovrebbe star lì. Continua a stupirmi, trova sempre nuovi posti in cui nascondersi. Si, siamo simili. Spengo anche la luce sul comodino e mi metto sul letto. Arturo mi si accoccola accanto, mi mordicchia la mano, mi lecca. In pochi giorni mi ha ricamato sulle mani una serie infinita di graffi, certe volte ne trovo alcuni che non ricordo quando me li ha fatti. Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre lui.
Dovrei smettere di farci la lotta, tanto vince sempre Lei. E' che io, probabilmente, non riesco a concepire il rapporto con Lei come una sfida.
Accendo la tv senza troppo interesse, non c'è nulla da guardare... come al solito. Quasi sempre non c'è nulla da vedere, quasi sempre, soprattutto col mal di testa, mi frega poco del mondo. Non guardo nemmeno il telegionale.

Tornano un paio di coinquilini, chiacchiero con loro. Fumo, fumo un bel po' di sigarette, l'unica cosa che mi blocca è la noia che mi fa rullare. Sono passato al tabacco per fumare meno, no, non è vero, per spendere meno.
Arturo corre in giro, dormicchia, poi riprende a giocare, si appallottola sul letto mentre facciamo una partita con la playstation. Perdo. Perdo quasi sempre quando faccio le partite con 'st'aggeggio. Mi chiedo perchè continuo a giocarci, sarà il senso della sfida, quel poco che mi è rimasto. Gratto la panzetta del gatto quando segno. Gli faccio il solletico, lui si incazza e mi morde. Poi mi lecca. Non vorrei andasse via. Sono negato nell'uso dei joystick o gamepad che dir si voglia. Io sono il tipo da tastiera. Datemi una tastiera e vi darò il mondo.

Ho freddo. Non mi va di mettermi la felpa. Stringo il gatto che si lascia accarezzare, ogni tanto mi accarezza anche lui. Mi tiene caldo. Mi mancherà quando andrà via. Spero stia bene.

Verso l'una la chiamo. Dice che sta fumando e che poi andrà a letto. Le dico anch'io. Non sappiamo bene cosa dirci. Poi cominciamo a discutere, di nuovo. Lei continua a sparare cazzate. Non riesco a capire perchè. Alla fine, mi sembra che, come di norma nell'ultimo periodo, scazziamo così, senza un motivo, che non lo sappia manco Lei. Ogni volta che le do una motivazione mi dice che non capisco. Ogni volta che me ne dice una Lei mi sembra di aver capito benissimo, ma quando controbbatto non ho capito di nuovo. Forse sto diventando scemo, ma la sensazione è più quella di presa per il culo.
E fuori continuano a scendere litri e litri d'acqua buttati giù dal cielo a secchiate o a mo' di innafiatoio. Semplicemente piove, ora più forse ora più piano. Il traffico è ancora più rado. Le poche macchine corrono, penso all'incidente visto il giorno prima per il quale abbiamo dato colpa alla strada bagnata. Ma la colpa non è della strada se la gente ci corre sull'asfalto in quelle condizioni.
Il gatto mi gironzola attorno, entra in cucina, si avvicina al vetro, mi passa tra le gambe, poi sparisce, lo ritrovo in camera che dorme sul letto dove il mio compagno di stanza legge. Legge un libro che gli ho prestato io, un libro che mi ha regalato Lei. E' un buon libro.
Penso che certe volte non ci capiamo proprio. Forse a Lei non piacerebbe troppo quel libro.
La telefonata si è chiusa con un buonanotte dal profumo di vaffanculo, un ciao impastato d'acido in corpo.

Torno in cucina. Rullo un'altra sigaretta, la accendo. Guardo fuori. Da un lampione esce fumo. Che strano effetto. Poi mi rendo conto che non è fumo. E' vapore. L'acqua riscalda sulla lampadina e diventa vapore. E' un bell'effetto, strano. Per un po' la mia attenzione rimane lì. Poi la sigaretta finisce.

Penso a tutto e a niente perchè in realtà non mi va proprio di pensare, quindi mando il cervello un po' in stand-by. Mi metto a letto. Domenico legge. Io gioco col gatto. Poi anche il gatto dorme. Lo faccio uscire dalla stanza. E mi metto a letto.

Dormo. Mi sveglio presto. Domenico dorme. C'è silenzio. Mi riaddormento. Vado avanti a svegliarmi e ad addormentarmi. Sento i rumori della città che si sveglia, sento Domenico che si alza, torna a letto, poi si mette al pc. Non apro gli occhi fino all'una. Lei mi ha chiamato verso le dieci, ci siamo detti che si saremmo sentiti dopo. Torno a dormire.

Quando mi alzo piove ancora. Il gatto gioca. Le faccio uno squillo, mi chiama. Non discutiamo, ma in ogni telefonata che ci facciamo per dirci stronzate la tensione è tanta.

La casa si svuota. Rimaniamo io e il gatto. Metto su Guccini e ci addormentiamo. Mi alzo, fumo. Scrivo un post senza troppo senso, senza troppe pretese, senza tanta voglia di dire qualcosa, ma con desiderio di sentire il battito dei tasti, che mi rilassa, mi tiene le mani occupate, quache volta mi fa pensare.

Cambio musica, ascolto gli Editors.

19 maggio, 2008

Facce da gatto

Faccia da gatto.


Codesta è la storia di un essere superiore. Dopo ardue, lotte un prode gatto di nome Arturo decise di vincere e di essere il nuovo proprietario del mio giaciglio.
Dopo aver sfrattato me medesimo, ha esteso i suoi territori al letto accanto, indi, ad ogni loco di questa casa. (tranne camera di chi lo mena, bagno, balconi [che di butta giù] e stanzino [ci prova sempre a fottersi i salumi]).
Vietato nulla è al prode felino, che però educato e rispettoso degli altri abitanti della magione, per mostrar la sua natura più brutale, è comodo d'usar la propria vasca di toeletta.
Generoso di affetto, morsi, graffi e slinguazzate, non altro ha da far che non sia darsi le arie, cibarsi, bere e defecare.


Faccia da bonzo.


Saltando, gioca a rincorrere lacci che non servi umili siam costretti a trainar per suo volere e suo piacere. Ma non è questo a preoccuparci, quanto il fatto che ci mangi che qualche assaggio già l'ha dato.
Scherzi a parte, questo è il lieto ospite di una casa in cui non può, ahinoi, rimanere.
Speriamo che trovi un luogo adeguato e tante coccole ed affetto... anche se non troppo in fretta.
Amo i gatti... anche se questo mi fotte il letto... Del resto ci sono abituato (benedette Labbra!).


Faccia di cui non fidarsi.

09 maggio, 2008

Primavera

Quando mi sono svegliato ero in chiesa.
E' un edificio alto, credo una chiesa moderna, perchè non ci sono tutte quelle cose tipo affreschi o statue o cose così. E' come un hangar o qualcosa di simile, cioè... è un edificio alto, di quelli in prefabbricato di acciaio e cemento. Non è una chiesa molto figa. Probabilmente, vista da fuori, direi: "che è 'sta merda? Pare una pagoda preconfezionata e senza merletti che la rendano figa".
Io non amo le chiese, non sono un credente e non sono un tipo da messa, ma l'arte mi affascina (anche se non è che me ne intendo, ma ho buon gusto, almeno secondo il mio "inappelabile" parere). Bestemmio e non ho alcun rispetto per la fede altrui, semplicemente perchè... non m'interessa. Io e dio (come anche io ed io) ci stiamo indifferenti vicendevolmente già da un po'. Io non rompo il cazzo a lui (tanto quando impreco, lui sa che non ce l'ho con lui e che può farsi i cazzi suoi) e lui non rompe il cazzo a me. E, poi, LUI non esiste e, anche se esiste, non vedo perchè dovrei vedermela con LUI, visto che non credo in LUI. Che poi potrebbe tranquillamente essere una LEI. E, forse, in questo caso, la cosa potrebbe anche procurarmi dell'interesse, voglio dire... una dea... beh, avrà un certo sex appeal , no?
Ma torniamo a noi.
La chiesa è grigia, un po' buia, tranne dove entra la luce, dalle vetrate in alto, colorate, a raffigurare sui muri larghi e grigi, figure sbiadite di santi. Ma fuori il tempo deve non deve essere buono, non entra tanta luce e, dei santi, rimane solo uno spettro confuso.
Non ci sono candele. Ci sono solo quelle stupide lampadine a forma di fiamma. Imitazioni elettriche per una realtà che non si può permettere calore reale.
In fondo c'è la croce. Una croce enorme, di legno scuro, che domina sull'altare, col Cristo di metallo. Sembra una persona immersa nel ferro fuso. E sembra soffrire. Cioè, se non avesse quell'espressione sgomenta, se quel viso fosse meno turbato, probabilmente darebbe una qualche speranza in più. Forse sembrerebbe al massimo un tipo rivestito di carta stagnola, più che dare l'idea di uno immerso nel metallo bollente. Ma ognuno porta la sua croce, anche le icone sacre. Rendere più pesanti le croci delle statue, forse, fa sì che le croci di ognuno risultino una carogna più magra da portarsi appresso. Magari il mistero della croce è tutto qui, racchiuso in una filosofia da falliti.
Non ci sono navate. Ci sono due file di banchetti di legno chiaro. Un paio di confessionali che sembrano di qualche secolo fa, scuri e molto meno semplici del resto dello spartano arredamento. Un piccolo parallelepipedo in metallo, vicino ai due gradini dell'altare. Un modo per spillare soldi e pulire la coscienza: una scritta "offerte".
Non un grande altare. Accanto alla tavola liturgica una fila di sedie per lato, dietro tre poltroncine rivestite di stoffa rosso scuro, gli schienali alti, non danno l'idea di essere comode, troni ecclesiastici angusti. La poltrona centrale è un po' più grande. E' tutto molto semplice. L'ara è lineare, senza fronzoli, come tutto, a parte per i confessionali. Ma quelli sono il vero potere. Il potere va esaltato, per incutere timore, per risaltare le tue colpe, per dar loro un peso.
Non sono senza macchia, ma non andrei certo a dire i miei peccati ad un pirla vestito da boia senza cappuccio e che mi dice che tutte le mie colpe mi saranno assolte con dieci ave maria e/o venti pater noster. Conosco mio padre... e nemmeno lui è mai stato un sant'uomo. E non credo certo nella fratellanza dei popoli, soprattutto se prendo in considerazione quanta gente mi sta sul cazzo e quanta ne prenderei a sberle, preti in primis.
Mi chiedo cosa diavolo ci faccio qui, nel mezzo di una chiesa. Mi guardo intorno, per quanto riesca a muovermi. Nelle file di banchetti davanti a me, a destra e a sinistra ci sono persone in ginocchio, che pregano. Figure scure, vestite di nero, ma senza borchie, non come piace a me, non come quando si va a ballare. Più come un funerale.
La gente piange. E' un pianto sommesso, lamentoso, ma senza troppa verve.
La gente mi passa accanto, qualcuno si fa il segno della croce, un prete entra, parla, ma non capisco ciò che dice. Capisco solo che è latino. Io col latino non ci sono mai andato troppo d'accordo. Recita la messa come una litania, una ninna ninna poco entusiasta. E anche il prete nella sua tonaca è un estraneo. Qui non c'è nessuno che conosco, non una figura girata di spalle, non una dei tanti volti senza volto che mi si avvicina.
Dovrei aver paura, ma non tremo, sono calmo, per nulla scosso, solo curioso. Curioso di sapere cosa ci fa questa gente qui, cosa ci faccio io qui. Dovrei piangere? Dovrei ridere? Dovrei urlare?
Vorrei imprecare, chiedere, domandare, ma non lo faccio. Semplicemente osservo.
Mi guardo intorno. Vedo fiori non troppo vivi, dai colori troppo spenti, qualcuno già troppo appassito per essere vivo. Vedo una donna, che mi si avvicina e non è che si capisca molto che è una donna, vedo le panche più vicine a me, vedo i contorni di legno tutti intorno, poi capisco.
Vedo la sagoma della bara, vedo le vene del legno scuro che mi avvolgono, vedo il prete che benedice, sento le mie bestemmie salire fino al cervello, poi più in alto, fino a sfondare il tetto di questo posto. Ma nessuno ascolta, nemmeno io ascolto, non c'è voce, non c'è brivido e mi calmo. Non ho paura, non sento nulla, sorrido. E' uno scherzo? E se non lo fosse? Certo, sarebbe bello sapere almeno come sono giunto fino a qui, come sono arrivato a questo punto, fermo immobile, come riesca a guardare la gente, se ho gli occhi aperti o se li ho chiusi. Solo dettagli, dettagli senza importanza. Non devo avere paura. E non ne ho. Sono calmo. Calmo, senza luce, senza tunnerl, senza anima. Forse è questo che servono i vermi, a cavare il corpo per far uscire l'anima. Ma non credo esista un anima, non sono convinto che esista un dopo.

Poi una voce, un urlo dall'esterno, una voce lamentosa, stridula, affannata, di pianto e spavento. Mi sveglio. La voce continua, sono fuori, sul balcone, il calore del sole di un bel giorno di primavera alle dieci e mezzo del mattino, una brezza serena, una zaffata di smog che risale dall'asfalto fin al quarto piano. Una donna per strada è stata scippata, grida aiuto, un ragazzo sta correndo, prima di essere fermato, quasi linciato, poi arrestato.

Vorrei svegliarmi o riaddormentarmi, ma è tardi, devo studiare.

07 aprile, 2008

Anticonformisti?


Conosco gente così...
... ed ho visto un botto di gente ballare così...
... è molto probabile che anch'io possa ballare così.

04 aprile, 2008

Due dita in testa e boom?

Stanco.
Stanco del pc che mi si incasina e di me che m'incasino peggio del pc.
Stanco di studiare un libro del cazzo, scritto da uno stronzo, borioso e vanaglorioso professore pompato che, sarà pure bravo a usare parole inutili da usare in giri di parole assurdi e ripetitivi per scrivere testi universitari da vendere a caro prezzo agli studenti per ricevere, così, un doppio guadagno, ma sono convintissimo che manco lui sa che cazzo ha scritto! Che non è che solo perchè uno studia Scienze della Comunicazione deve mangiarsi il vocabolario per riuscire a defecare (cagare) 'sta merda di libro! E, poi, lasciamoli scrivere agli altri i libri, che già ti fotti abbastanza soldi a fa' il professore! Che non è che mo' mi voglio mettere a fa' il sindacalista, ma poi tu non mi venire a fare il sinistroide dei miei coglioni! E, giusto, perchè sono educato, vattela solo a pigliare nel culo te e le idiosincrasie, gli epistemologici e i precipui. Io oggi mi sono alzato così: sgrammaticato, disarticolato e girato di coglioni. E, sinceramente, non è che me sbatte molto.

"QUESTO LIBRO E' PURA STRUMENTALIZZAZIONE DEMAGOGICA ATTA ALLA COMMERCIALIZZAZIONE DI PAROLE INUTILI CHE NESSUNO HA LE FACOLTA' INTELLETTO-COGNITIVE DI CONOSCERE. E, DETTO CIO, MI SENTO MOLTO EPISTEMOLOGICO PURE IO."

Se non si è capito quello che ho scritto, fa nulla, tanto non vuol dire un cazzo.
Come si suol dire: "PARLA POTABILE".

Comunque, dicevo stanco. Stanco di incasinarmi la mia vita solo perchè tanto è già incasinata e il bandolo della matassa l'ho perso già da qualche anno, come buona parte del senno. Stanco di corrermi dietro, stanco di stare con me, perchè stare con me è dura (E CRISTO SE E' DURA!).
Stanco perchè non ho voglia di fare un cazzo.
Stanco anche di non avere voglia di fare un cazzo.
Stanco di cercare le parole migliori per dire le cose e di non riuscire a dirle uguale, soprattutto non come vorrei.
Stanco della gastrite. Stanco dei giramenti di palle.
Stanco di parlare e anche di ascoltare, stanco degli sbalzi d'umore, dei se e dei ma, delle decisioni prese a metà e non portate a compimento alcuno.
Stanco di me stesso, stanco della vita stessa.
Che, poi, pure la lettura non è che mi faccia bene se leggo un libro di quattro aspiranti suicida e mi ci immedesimo, anzi... mi ci ritrovo. Che poi non sono convinto di essere uno dei quattro, magari sono il quinto, quello spiaccicato al suolo.
Stanco della primavera, che non mi sembra tanto vera, che mi sono pure raffreddato... e non ho mai fatto le prove per l'allergia, perchè, semplicemente, non ho mai sofferto di allergia. O, magari, ho sempre creduto fosse raffreddore. Ad ogni modo, sticazzi.
Stanco anche della musica nelle orecchie, stanco del rumore, stanco della gente, stanco di un po' tutto e tutti.
Stanco di non fare un cazzo e di prendermi la colpa, stanco di non fare un cazzo e dare la colpa agli altri. Stanco d'essere me stesso e di voler essere qualcun'altro e stanco di apprezzarmi, stanco di non concedermi le cose e della mia ironia autofrustrata e castrante. Stanco di star dietro alle stronzate e stanco d'essere sempre così pesante e pensante.
Stanco di non conoscere mezze misure. Stanco di cercarle. Stanco di non trovarne.
Stanco di chi mi dice cosa fare e perchè farlo, stanco di chi non me lo dice quando ne avrei bisogno.
Stanco delle della politica, stanco dei soldi, stanco delle baggianate, stanco di pagare il canone rai per sentirmi chiedere in un'intervista se mangerei i bacarozzi... ma vattela a pija in der culo te e i giornalisti del cazzo come te... che pare che vi scelgano tra gli scartati dei concorsi per fare il carabiniere.
Stanco di non avere una corda intorno al collo e di soffrire di vertigini.

Per un periodo è stato più facile, per un periodo so' stato tranquillo. Ora come ore mi sento troppo in mezzo alla mischia. Ed il problema è che io sto ancora fermo lì a predicare innocenza e calma, malgrado abbia solo voglia di spaccare la faccia a tutti... invece di parare i colpi. E il problema è che il primo da cui prendo colpi sono io stesso.

Stanco della gente che vuol fare le rivoluzioni per noia e capriccio, stanco di chi ti viene a dire: "Sembri Ian Curtis... peccato che lui sia morto sfigato e suicida a 23 anni e che non se lo cagasse nessuno"... Sarò in ritardo sulla tabella di marcia, e allora? E, comunque, no, non c'entro un cazzo con Ian Curtis se è questo che vi state chiedendo.

Stanco di perdere tempo. Stanco di rincorrerlo. Stanco di non viverlo a pieno e di viverlo a sprazzi.
Per di più mi sento triste e ho mal di testa.
Non sono così sicuro di essere ancora vivo, nè di volerlo essere. Detto ciò, vado a dormire. E che nessuno se ne esca che sono solo le 8 di sera.

27 marzo, 2008

Equinozi

La primavera è quando ti senti tranquillo anche se hai le scarpe piene di fango. [Doug Larson]

Io c'ho le scarpe piene di merda... e non è che mi sento poi così tranquillo! 'rca troia!!!

17 marzo, 2008

16 marzo, 2008

Non svegliare il cane che dorme... che si alza, s'incazza e ti fa un culo così!

Dicono che non è mai troppo tardi per imparare a suonare il piano, ma vorrei che il mio compagno di stanza alle 2 di notte smettesse e andasse a letto. [Nathan Hansar]

... e anche la fisarmonica mentre io sto a dormi' dopo quattro notti tra insonnia, discoteca e festa non è tanto gradita!




PS: Voglia di punk!

Hang the dj... hang the dj...
























Io sono il mio dj....

... e anche come pizzaiolo comincio a cavarmela niente male.

E sticazzi che il compleanno non era il mio, che io non ero il festaggiato, che non ero la persona più importante là dentro, che non sono una persona molto socievole.

www.antoniodamore.com/cloverbirth

PS: Voglio una foto con quel "coso" all'ingresso...

06 marzo, 2008

Stralci (più o meno)

...

durk: Sto studiando i cicli circadiani, tra cui anche quello sonno/veglia. E io mi rendo conto di non rientrare in nessuno dei due soggetti tipo. Perchè io sono più allodola, ma mi comporto da gufo.
Lei, labbra: che sono le allodole?
durk: le allodole sono quei soggetti che si svegliano presto e vanno a dormire presto e sono maggiormente attivi durante la prima parte del dì e ci mettono poco a mettersi in moto. I gufi si alzano tardi, si addormentano tardi e sono maggiormente attivi nella serata... per di più sono più lenti a mettersi in moto. Io sono più allodola, perchè quando mi sveglio presto sto meglio e sono di buon umore. Però mi comporto più da gufo!
Lei, labbra: tu sei uno sciagurato che dorme quando cazzo gli pare!
durk:

...

THAT'S AMMMORE???

05 marzo, 2008

Idee sconnesse dal sonno

Certe volte torno a casa, sento il suo profumo delle sue Labbra su di me e mi sento una persona buona. E, certe volte, questa è una cosa terribile da sopportare.

02 marzo, 2008

Timelife

Non scrivevo da un bel po' praticamente da Natale.
Che è successo? Semplice, non avevo nulla da scrivere, quantomeno, non qui.

In questi mesi sono successe un po' di cose, non so, per esempio ho preso il mio primo 30, ho inviato il mio primo Curriculum Vitae, ho dato qualche esame, qualcuno con esito negativo, qualcuno, fortunatamente no, di qualche altro aspetto ancora i risultati, di un altro ho capito che non riuscirò a finire il programma di studio... ergo non lo si fa. Ho studiato.
Ho litigato con Lei, labbra. Ci ho fatto pace. Lei riempie un po' la mia vita. Ho finito finalmente il libro "Neuromante" di Gibson, che non è male.

Ho iniziato a scrivere un po' di racconti, ma non li ho mai finiti. Ho ripreso alcune pagine del mio primo romanzo (quello che nessuno scrittore riesce mai a pubblicare). Ho scritto di rado per me.

Ho pensato. Ho pensato tanto. Ho visto il concerto dei Cure. Ho scassato il cazzo al programma radio dei miei amici, qualche volta sono andato a ballare. Spesso mi sono annoiato. Mi sono preoccupato per i miei amici, mi è dispiaciuto per Dana.

Sono andato al cinema. Non ci andavo da tanto, di sicuro non così spesso.
Ho visto American Gangster (due palle!). [Che poi non è che sia un brutto film, ma provate voi a vedere un film bello lungo come questo dalle seconda fila del cinema e poi ditemi che quel film non vi sta sul cazzo!]
Ho visto Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (Figo, ma ammazzerei il ragazzo che canta "Johanna, I feel you... Johanna... Grande Tim Burton. Comunque, avevo capito all'inzio del film come sarebbe finito. Ho letto che molti hanno detto che è un film avaro di sentimenti. Non è vero. Secondo me, è un film con molte emozioni, solo che non sono tutte positive. E' un film da vedere con l'ottica dei bambini, dove il giusto è racchiuso nella morte della strega come in tutte le favole che si rispettino e lo sbagliato nella perdita dell'amore).
Ho visto Persepolis (e il mio commento è stato: "è un film storico sulla guerra in Iran, mal camuffato da cartone satirico... e, soprattutto, due palle!). [Il film merita di essere visto, forse, però, in alcune parti andrebbe rivisto].
Comunque, il cinema mi piace. Sai tutta l'atmosfera, le poltrone, la gente, la fila per i biglietti, le stronzate e i popcorn... soprattutto i popcorn.

Ho passato parecchio tempo con Lei, labbra. Ora è qui mentre scrivo. Guarda un film. Stiamo cercando di stare insieme, anche facendo cose diverse, anche senza stare attaccati. La cosa mi piace. Funzionerà? Per ora sto pensando e scrivendo di lei e mi sono alzato a baciarla solo un paio di volte. Posso definirlo un bilancio positivo? Forse si.

Sto costruendo qualcosa. Non so cosa. Ma so che mi sto muovendo, non so dove, ma sto andando. Questo è importante. Sono fermo, no, mi muovo solo molto lento. Ho i miei tempi, anche se spesso sono sbagliati, sono tempi tutti miei. Sono fatto a cazzo, ma oggi non mi dispiace.

Parabola

Prima di esprimere un'opinione, bisogna ricordarsi del sale.

Un uomo che molti credevano saggio si avvicinò ad un lago. Qui c'era un pescatore intento a praticare la propria fatica nel modo che riteneva più opportuno e proficuo. Egli si era messo al centro del lago e dalla sua piccola imbarcazione buttò tra i flutti una carica esplosiva. Appena la bomba esplose molti pesci vennerò a galla morti. Il pescatore non doveva far altro che raccoglierli.
Il saggio, vedendo quanto era appena successo, si fermò ad aspettare il pescatore sul molo e quando questi vi fece ritorno lo ammonì: «Buon'uomo, questo non è modo di pescare» e guardandolo malamente se ne andò.
Il pescatore, riconoscendo il saggio, afferrò d'aver sbagliato. Rimase, quindi, tre notti e tre giorni a pensare ad una soluzione che gli permettesse di pescare in un modo più consono.
Prese quindi le reti e con la propria barca di mise a praticare la pesca a strascico.
Quando tornò a riva col proprio ricco bottino vi trovò però il saggio. Costui, guardandolo di traverso gli disse: «questo non è modo di pescare». E diresse il proprio passo per lasciare l'approdo.
Il pescatore, conscio che il saggio, in quanto saggio, non poteva sbagliare, si mise sul molo a pensare ad una soluzione che potesse permettergli di svolgere il proprio mestiere in un modo confacente alle idee di colui che ne sapeva più di lui. E sul molo rimase per tre notti e tre giorni in riflessione.
Così prese una canna da pesca e si mise a pescare i pesci con essa. E la fortuna gli sorrise. Infatti, egli portò a riva molti pesci, di ogni tipo e dimensione, di ogni razza ed età, senza problemi di coscienza. Anche questa volta, trovò sul molo il saggio. Speranzoso si accostò all'attracco con un bel sorriso, sperando che il giudizioso messere si complimentasse finalmente con lui. Invece, il sapiente signore gli disse: «questo non è modo di pensare». E fece per andarsene. Stavolta, però un pesce lo colpì sulla nuca.
Adirato, l'illuminato si girò verso l'umile pescatore: «come osi?»
Il pescatore fece un balzo sul molo e disse brandendo un altro pesce: «saggio... saggio che molti credon saggio, io qui vi dico che voi saggio non siete, che la bontà del saggio non sta nel lamentarsi dell'operato altrui, ma nell'insegnare ad un ignorante come me quale sia il modo più giusto di vivere. Mio padre, un contrabbandiere di malaffare, quando protestavo senza darne motivo, facendo i capricci di un bambino, mi dava un scapaccione e mi diceva: "Prima di aprire la bocca, ricordati del sale."»
«Del sale?» chiese perplesso il saggio.
«Si, del sale, del sale in zucca, caro saggio. Se una critica non è costruttiva, non val la pena di sprecar fiato.»

01 marzo, 2008

Grezzie!




















Musica che amo. E' importante per mantenermi vivo.
Il Palalottomatica non è l'ideale. No, diciamola tutta, l'acustica fa schifo. Ma non è importante, non è importante se di alcune canzoni non si capisce niente se non un insieme di suoni indistinti, di ritmi che si inseguono e che, distorti nel e dall'indefinito, si perdono.
Il prezzo vale le quasi tre ore di concerto.
L'eterno ragazzo immaginario è sul palco, forse con qualche chilo di troppo di grasso e trucco, ma anche questo fa parte dello spettacolo. E' un palco minimale, è il palco che si vorrebbe vedere. Perchè anche il ragazzo immaginario è il palco. E' una presenza indiscussa, lui non ha bisogno di scenografie, di giochi pirotecnici. Bastano quattro luci. Davvero, il palco sono quattro luci. E nello scenario scuro le macchie colorate sono il biancore della faccia di Robert Smith con il suo cespuglio di capelli in testa e la chioma purpurea del bassista. Il resto dei colori lo fanno le note e la voce del cantante. E' una voce perfetta, di chi sa quel che fa e lo fa splendidamente. E' una voce che scorre limpida. E mi chiedo come faccia ad avere una voce così. Mi chiedo come non si sia rovinata con gli anni. E' la grandezza della sua voce la prima a colpire il pubblico. E la voce è l'unico strumento ad essere perfetto nonostante la pessima acustica. Robert Smith: voce e capelli, labbra rosse e buona musica.
Le canzoni si susseguono, spezzate da qualche pausa, dalla voce di Robert che ogni tanto si ferma per ringraziare in francese prima, in inglese poi e alla fine con uno striminzito "grezzie". Ma va bene così. Glielo si può perdonare. Lui non è un artista che si sente star. Lui è star a modo suo, giocando con il suo pubblico, prendendosi in giro, prendendolo in giro, come un amico immaginario, come una marionetta, come un pagliaccio un po' triste che non fa altro che commuoverti. Ti fa venir voglia di volergli bene, oltre che di ammirarlo per la sua bravura.
E' umile. Terribilmente umile. Non sembra sul palco, sembra far parte del pubblico. Siamo noi che onoriamo lui o lui che onora noi?

Discussione post concerto: "«Chi è il porcellino di papà? Chi è il porcellino di papà? Ma sei tu! PRRRRRRRRRRRRRRRRR!». A vederlo ti fa venire voglia di essere Homer e di fargli fare Spider-Pork, anzi Smith-Pork!"

E' uno che ispira simpatia e ti fa venir voglia di stringerlo. Gira per il palco per regalare saluti e smorfie e "grezzie" a tutti.

E che ci devo fare se a me la musica mi commuove, quantomeno certa musica se è ben suonata? E mi commuove soprattutto quando è legata a bei ricordi. E la musica dei Cure ci si presta bene. Spesso è malinconica, anche se non è mai triste. Non è una musica che si rassegna, in particolar modo non dal vivo.

Il concerto parte un po' lento, ma mr Smith sa cosa fare, sa come animare la serata.
La scaletta non è carente, richiama un po' tutti gli anni di musica e di successi della carriera del gruppo. Una carriera mitica, senza dubbio.

I pezzi riempiono il palasport e poi il pubblico. La gente batte la mani, Robert Smith canta, è un tutt'uno. Il pubblico suona con lui e lo accompagna. E lui ride e la gente è felice. E' felice anche quella massa depressa di darkettoni e nessuno di loro vorrebbe morire, o, comunque, morirebbero felice e contenti con il sorriso sulle labbra e le lacrime di gioia dagli occhi.

E' un gran concerto. Robert Smith si concede al pubblico, il resto del gruppo sono comparse. Lui è i Cure. Forse non è bello per chi lo accompagna, ma al pubblico non interessa, nemmeno a me interessa. E poi il bassista con quei capelli rosso tinto sembra voler dire "iosonochissàchi!".
Smith fa le smorfie, abbozza strani balletti nel suo mondo fatato che stasera è uscito dalla sua testa per renderci tutti partecipi di come sia bello essere ragazzi immaginari.
Anche io sono stato ragazzo immaginario, per certi versi lo sono ancora, ma forse oggi sono troppo vecchio per esserlo del tutto.
Prima era diverso. Forse è il fatto che certi pezzi sono legati a certe parti della mia vita, a certi "eventi", soprattutto se poi Robert si mette a fare di fila FRIDAY I'M IN LOVE, INBETWEEN DAYS e JUST LIKE HEAVEN. E' una forzatura alle lacrime dei ricordi. Quelli che ti fanno pensare con un sorriso ebete e soddisfatto e ti riportano indietro in una vecchia automobile persa in mezzo al nulla insieme al primo amore, quello dei 18 anni, quando ti senti già uomo e pensi di spaccare il mondo, quando hai abbastanza conoscenze e ancora la spensieratezza dell'essere bambini. E' un'età strana quella lì... "Friday I'm in love", poi, era la nostra canzone, no?
Oppure ti getta ancora più indietro a cantare a squarciagola su una Vespa o su un "SI" Piaggio (più tardi anche sul mio scooter adorato, che dio l'abbia in gloria e che chi l'ha rubato possa fracassarsi la testa ad ogni palo della luce che incontra sul suo cammino) insieme ad un amico, stonando da morire e piangendo... stavolta per il freddo troppo intenso sul due ruote sparato a tutta gas! La lacrima ti scappa e va bene così.
E Smith continua a cantare, cambia pezzi, e io mi chiedo WHY CAN'T I BE YOU? Eheheh! Battuta scontata.
E mi giro. Vedo Lei, labbra, al mio fianco. Sento in testa il capello che mi ha regalato, con quel biglietto che abbiamo "fatto finta" di regalarci per Natale. E' bella. Il passato fugge sulle note delle canzoni e lei rimane col suo sorriso e la sua gonna corta... ed il presente è bello così.
Mi siedo, mi godo la musica, mi alzo, ballo, canto, mi diverto. E sono soddisfatto.
Un gran bel concerto. Per dirla come Robert Smith...

GREZZIE!

04 febbraio, 2008

Politicamente sparlando...

E' morta la madre di Silvio Berlusconi. Pare che lui abbia dichiarato: "è stata assunta in cielo..."

PS: Pare che questa "assunzione" valga nei conteggi del patron di Mediaset riguardanti i posti di lavoro che Lui ha elargito agli Italiani.